Da una parte una giovane che ha accusato i genitori e il fratello di averla sottoposta a vessazioni per motivi religiosi, legati all’Islam, e che è stata ospitata in comunità protetta. Dall’altra i parenti stretti, finiti a processo per maltrattamenti. Davanti al giudice dell’udienza preliminare di Reggio Matteo Gambarati, il pubblico ministero Valentina Salvi, ha domandato per i tre imputati 2 anni e 2 mesi, ritenendo credibile la 20enne. Ieri è stata emessa la sentenza con rito abbreviato: il gup ha condannato la madre 55enne e il padre 58enne a 10 mesi con pena sospesa condizionata a frequentare un percorso psicologico, mentre ha assolto il fratello 27enne. La coppia e il figlio sono difesi dagli avvocati Roberto Ghini e Giulia Testa: i legali hanno raccolto testimonianze e documenti, che, all’esito del giudizio di primo grado, sono stati ritenuti idonei dal gup a smentire larga parte del racconto dalla giovane. La delicata situazione si snoda tra Rubiera e Castelfanco: di primo acchito sembravano emergere assonanze con casi come quello tristemente noto di Saman Abbas, ovvero i contrasti tra una famiglia d’origine tradizionalista e una giovane donna che cercava libertà e veniva oppressa. Ritenendosi vittima dei familiari di origine magrebina, la ragazza si era allontanata da casa, aveva sporto denuncia ai carabinieri per fatti emersi nel marzo 2025 ed era stata posta in una comunità protetta. Lamentava offese quotidiane, ma anche botte. Non solo: secondo quanto imputato, alla giovane sarebbe stato vietato di uscire con ì maschi, impedito fisicamente di uscire di casa quando la vedevano avvicinarsi alla porta; i parenti avrebbero forzata a rispettare i dettami della religione musulmana, ad esempio a rispettare il Ramadan. La discussione è stata sostenuta dall’avvocato Testa: secondo la giovane, lei sarebbe stata maltrattata per motivi religiosi, ma la difesa ha appurato che padre e fratello non andavano in moschea da anni; anche le costrizioni a stare in casa non sarebbero provate perché è emerso invece che la giovane poteva uscire la sera e andava regolarmente con le amiche a fare weekend in riviera romagnola. Anche la distruzione di abiti e trucchi non è risultata confermata. Si dice soddisfatta l’avvocato Testa: " Riteniamo che vi siano ulteriori aspetti su cui la Corte d’Appello potrà intervenire giungendo a una soluzione ancora più favorevole per i genitori".
"Picchiata e costretta a riti islamici". Condanne ridotte per i genitori
Castelfranco, per il giudice buona parte delle accuse sono infondate. Ora il processo d’appello






