Il doppio cedimento di Giorgia Meloni, prima sul ballottaggio e poi ieri sulle preferenze, è il segnale che la presidente del Consiglio non riesce più a imporre la propria linea alla maggioranza con la stessa facilità di qualche mese fa. Non è ancora una crisi di governo. È, semmai, una crisi di comando. Perché ogni volta che la Lega fa «buh», Meloni arretra. Ogni volta che Forza Italia solleva una riserva, Palazzo Chigi deve trattare. La maggioranza non si è rotta, ma non è più quel blocco disciplinato e granitico che per quasi quattro anni ha consentito alla presidente del Consiglio di dettare tempi e agenda. La partita sul Melonellum ha semplicemente reso visibile qualcosa che covava da tempo. Sulle preferenze la questione ha un che di paradossale.

Il sub-emendamento delle opposizioni prevedeva una cosa abbastanza semplice: un voto di lista e fino a due preferenze per candidati di sesso diverso, senza tutela per i capilista. Fratelli d’Italia aveva già votato alla Camera un impianto analogo, su un testo presentato da Roberto Vannacci, che infatti da due giorni la sfotteva: «Vota le preferenze». Ma anche stavolta non c’erano i numeri, non c’era la disponibilità degli alleati, e così FdI ha fatto marcia indietro. Il sub-emendamento è stato respinto tra le urla dell’opposizione e la questione, per ora, è chiusa. Incendio domato, certo. Ma la fotografia della maggioranza è più sfocata; ciascuno ha ormai cominciato a guardare oltre il governo.