di Fiamma Tinelli
«Fare la predica agli adolescenti è inutile: bisogna parlare dritto al loro cuore» dice lo psicopedagogista Stefano Rossi. Che, per la sua analisi, parte dalla «competizione infernale che li divora»
I corn flakes sono appiccicati al muro. Luca, anni 16, terza liceo (di seguito, L’Adolescente), si fissa la punta dei piedi. A colazione, la mamma gli ha dato una ripassata per una nota sul registro e lui ha lanciato la ciotola piena di cereali e latte sulla parete.
Che si fa?«Nulla».
Nulla?«No. Aspettiamo che la temperatura emotiva scenda. Non prendiamola sul personale, non scendiamo in campo. E quando il fuoco è passato, usiamo il Tocco di Priamo».Bello. Cos’è?«Nell’Iliade Priamo, che piange il figlio Ettore, non combatte, non si vendica, ma scende dal trono e riconosce il dolore di Achille per la morte di Patroclo. E Achille si placa. Nel momento più feroce dello scontro non conta tanto cosa diciamo a nostro figlio, ma se parliamo al suo cuore. Il messaggio è: “Hai il diritto di essere arrabbiato, non di essere violento. E comunque, io per te ci sarò sempre”».Stefano Rossi, ex educatore di strada, un passato da coordinatore di centri per i minori a rischio, si occupa da più di 20 anni delle emozioni di ragazzi e genitori. Il 15 settembre uscirà in libreria il suo Adolescenti esplosivi (Feltrinelli), un manuale di volo che spiega la rabbia dei nostri ragazzi e insegna ad accoglierla per contenerla. Perché crescere non è mai stato facile. Ma oggi, dice Rossi, l’adolescenza sembra avere nemici nuovi.Che succede, dottore?«Succede che viviamo in una società basata su una competizione infernale. Noi dovevamo solo essere bravi, loro devono essere perfetti. E la paura del fallimento innesca un terremoto».I dati su stati ansiosi, ritiro sociale e disturbi alimentari fanno spavento.«Sono forme diverse di una stessa difficoltà: molti ragazzi provano un senso di inadeguatezza che toglie il fiato. Si chiedono: sono un perdente? Sono degno di vivere? Poi, c’è l’adolescenza di per sé».Un incendio.«L’amigdala, il “cervello di guerra”, la fa da padrone. E a questo si somma il lutto: per nascere, per sbocciare, un ragazzino deve uccidere simbolicamente il proprio sé bambino. È un addio all’infanzia, all’accudimento».Ai genitori.«Esatto. Vorremmo sempre tenerlo stretto a noi, è il nostro amore. Quello che non capiamo è che la nostra pressione affettiva, per il cervello dei teenager, è una minaccia. Perché se io non riesco a staccarmi da te, non posso nascere. Soffoco. La loro è una lotta per la sopravvivenza».Va bene. Resta il fatto che se diciamo all’Adolescente di tornare alle 23, quello arriva a mezzanotte.«Anche disubbidire è il suo mestiere. Testare i confini è funzionale alla libertà. La ribellione di Antigone, che sfida le leggi di Tebe, non è fine a sé stessa, ma esprime un pensiero nuovo. È una rivoluzione».Ora mi dirà che anche il caos nucleare in camera sua ha una ragione.«È il labirinto in cui Teseo combatte contro il Minotauro. Rappresenta il groviglio che i ragazzi hanno nella mente e attenzione: è anche creativo. Concordiamo un minimo sindacale di decoro e lasciamogli la sua tana».La predica, scrive, non serve a nulla.«No. Io la chiamo altalena morale: quando il genitore pieno di “si fa così e cosà” si siede su un lato dell’altalena, alleggerisce del tutto l’adolescente che, sul versante opposto, vola leggero, senza pesi. Tanto ci pensa la mamma a trattare con insegnanti e allenatori. Il predicozzo infantilizza, le conseguenze responsabilizzano».I no si possono dire?«Si devono dire, sono doni d’amore. L’adolescente è un torrente: gli argini gli danno direzione e intensità; senza, diventa una pozzanghera».Ai genitori lei insegna a chiedere scusa per primi. Perché?«Perché mostra ai ragazzi che il conflitto non rompe il legame. Ed è un esempio prezioso: se papà chiede scusa, posso farlo anch’io».Esiste una trasgressione sana?«Certo, la trasgressione è una forbice che taglia il cordone ombelicale. È sana se è occasionale, esprime un bisogno di autonomia, di esplorazione. I campanelli d’allarme sono altri».Quali?«Il primo è l’isolamento: almeno un amico significativo ci vuole. La poca cura di sé, il distorto rapporto col cibo, sono sintomi bui. E poi, quella che Erich Fromm chiama necrofilia esistenziale: la passione per la morte, per le armi, per ideologie estremiste. Qui bisogna intervenire».L’Australia ha proibito i social agli under 16, se ne parla anche in Italia. Funziona?«No. La soluzione non è vietare, ma rivelare ai figli la trappola mentale nascosta dietro alle piattaforme, quella che ci dice cosa dobbiamo sentire, dire, mangiare. Come faceva Socrate nella polis, vanno condotti a pensare in modo critico: perché pensi che un corpo dovrebbe essere perfetto? Che cos’è il successo, per te? I teenager hanno fame di indipendenza: se intuiscono che i social vogliono manipolarli, l’atteggiamento cambia».Quanto ha inciso il Covid su questa generazione?«Ha scoperchiato il vaso di Pandora. Ha tolto loro la relazione, nei più fragili ha fatto da detonatore. Ma la sofferenza era già lì: il mito della perfezione, la pressione di essere sempre all’altezza».Dove sbagliamo noi genitori?«Sbagliamo quando impediamo ai figli di soffrire, quando mettiamo la nostra ansia di fronte al loro bisogno di crescere. Inciampi e ti fai male? Bene. Bocci? Amen. Il dolore è un maestro: costringe a pensare, conoscersi, cambiare strada. Ha presente il Kintsugi, l’arte giapponese di riparare con un filo d’oro i vasi rotti? Se impediamo ai ragazzi ogni caduta, ogni rottura, gli sottraiamo anche la capacità di usare quell’oro».Quindi, qual è il nostro ruolo?«Non pensare “su” di loro, ma “con” loro. Aiutarli a riconoscere il proprio daimon, la forza interiore, non spingerli verso conformismo. La parola chiave è “davvero”. Non “fai questo, fai quello”, ma cosa vuoi davvero? Cosa senti davvero? È così che stimoliamo il loro dialogo interiore».La verità è che abbiamo paura di sbagliare, di non essere all’altezza.«Donald Winnicott descriveva il buon genitore come quello “sufficientemente buono”, diciamo da 6,5. Il genitore empatico è quello che parla al cuore del figlio sapendo che non potrà mai comprenderlo del tutto».Com’è davvero questa Gen Z?«Entusiasta, generosa, inclusiva. Questi ragazzi sanno leggersi dentro molto più di quanto pensiamo. Spesso, meglio di noi adulti».







