La nuova strategia cyber dell’Fbi integra poteri investigativi, intelligence, cooperazione con gli alleati e con il settore privato e nuove capacità tecniche, compresa l’intelligenza artificiale, all’interno di un unico modello operativo. L’analisi di Stefano Mele, Gianni & Origoni

La nuova Cyber Strategy dell’Fbi è incentrata su un presupposto ormai palese, ossia che nel cyberspazio il confine tra criminalità, attività di intelligence e minacce alla sicurezza nazionale è sempre meno netto. Un’intrusione informatica può integrare un reato, costituire un’operazione di raccolta informativa condotta da una potenza straniera e produrre, nello stesso tempo, conseguenze per la sicurezza nazionale. La risposta strategica del Bureau, quindi, muove precisamente da questa sovrapposizione e ne ricava un modello operativo nel quale gli strumenti dell’indagine penale, del controspionaggio e della protezione della sicurezza interna possono essere impiegati sul medesimo fenomeno senza restare confinati entro sequenze amministrative rigide.

Il documento si presenta esplicitamente come attuazione, per quanto rientra nelle attribuzioni dell’Fbi, della Cyber Strategy for America del presidente Trump. Il richiamo non ha una funzione meramente formale. Sotto la comune finalità di proteggere il Paese e la sua sicurezza interna, la strategia riunisce le operazioni autorizzate dall’autorità giudiziaria, la rapida condivisione di informazioni con i gestori delle infrastrutture critiche e il contrasto alle attività di spionaggio e di sottrazione della proprietà intellettuale ai danni dell’industria della difesa, delle imprese tecnologiche e degli istituti di ricerca statunitensi. Nel cyberspazio, osserva il Bureau, gli avversari da tempo non hanno più bisogno di attraversare fisicamente una frontiera per colpire persone, istituzioni e servizi essenziali negli Stati Uniti. Di conseguenza, anche l’azione di contrasto deve potersi sviluppare oltre i limiti del singolo caso e della risposta al singolo incidente.