Venerdì 14 settembre 2001 l’Unione europea proclamò una giornata di lutto. A mezzogiorno, ora di Bruxelles, gli europei furono invitati a fermarsi per tre minuti di silenzio.I funzionari nei ministeri degli allora 15 Paesi della Ue. Gli studenti in aula. I giornalisti nelle loro redazioni. I manager in azienda. Tutti parteciparono. A Bruxelles, Guy Verhofstadt, presidente belga di turno dell’Unione, il presidente della Commissione Romano Prodi e il ministro degli Esteri del Belgio Louis Michel si strinsero insieme in silenzio. Anche al quartier generale della Nato ambasciatori e personale osservarono i tre minuti di silenzio. A Londra, il parlamento era stato richiamato appositamente e alle 11 britanniche il dibattito si interruppe. L’Irlanda proclamò addirittura una giornata nazionale di lutto e il Paese praticamente si fermò. In Italia i trasporti si bloccarono, i terminali di piazza Affari furono messi in pausa e in tantissimi comuni le campane delle Chiese suonarono a morto mentre le bandiere sugli edifici pubblici rimasero a mezz’asta per tutta la giornata. Non fu un’imposizione burocratica ma un impeto collettivo. Tre giorni prima, il 12 settembre la Nato aveva deciso per la prima volta nella sua storia di invocare l'articolo 5 dopo l’abbattimento delle Torri gemelle di New York l’11 settembre: un attacco contro uno è un attacco contro tutti.«Nel 2001 vivevamo ancora con il dividendo della pace post Seconda guerra mondiale», ha detto a L’Espresso Benjamin Haddad, il ministro francese per gli affari europei: «Vivevamo in un mondo che credevamo destinato a convergere politicamente e commercialmente».I quindici capi di Stato e di governo, insieme ai vertici delle istituzioni europee, dichiararono che gli attentati erano stati diretti «verso tutti noi» perché erano attacchi contro una società «aperta, democratica, multiculturale e tollerante»: la nostra. E così fummo noi europei ad attivare l’articolo 5 per difendere gli Usa, senza chiederci cosa il gesto avrebbe comportato, tanta era la fiducia nella condivisione degli stessi ideali e degli stessi nemici. «È stato il punto più alto della cooperazione e della fiducia nella relazione transatlantica», sottolinea al telefono da New York Ian Bremmer, fondatore del think tank Eurasia group.Venticinque anni dopo, l’Europa si ritrova alle prese con le ceneri di quella relazione a cui aveva affidato il suo futuro, e a chiedersi quanto possa ancora aspettarsi dagli Usa, interrogandosi sui tempi e sui modi della costruzione di una sua difesa autonoma. Nulla di quello che gli europei pensavano avesse per loro in riserva il futuro si è avverato. L’ottimismo che aveva spalancato gli anni Novanta per almeno un paio di generazioni, quella convinzione, nata dopo il crollo del muro di Berlino, che il modello occidentale si fosse dimostrato superiore e fosse destinato a conquistare il resto del mondo, distribuendo prosperità e speranza a tutti, perì anch’esso sotto le ceneri del World Trade Center insieme alle 2.606 vittime.«Gli europei furono coinvolti in una guerra, quella “contro il terrore”, che è andata molto male», continua Brenner: «Il loro contributo fu pesante in termini di risorse e vite umane ma non venne affatto apprezzato dagli americani». Dei 3.600 morti in Afghanistan un terzo fu europeo, senza contare gli oltre 100 morti in Iraq. Gli italiani furono 53. Impossibile dimenticare le parole di Fabrizio Quattrocchi, il contractor trentaseienne rapito insieme a tre colleghi e poi ucciso il 14 aprile 2004 da un gruppo affiliato ad al Qaida: «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano», disse alla telecamera di chi stava registrando la sua uccisione.Con il passare del tempo e degli insuccessi della guerra, gli Usa hanno smesso di prestare attenzione a ciò che pensavano i loro alleati. «Joe Biden decise di uscire dall’Afghanistan senza consultare realmente gli europei», dice Bremmer: «Prima di lui, Trump aveva invitato i talebani a negoziare con gli Usa e aveva portato avanti un accordo senza tenere in considerazione gli europei, che furono in larga misura lasciati a gestire le conseguenze delle decisioni prese a Washington e a capire da soli cosa quelle decisioni significassero per il rapporto transatlantico».Lo sforzo dell’Unione si inseriva in una logica più ampia. Dopo l’11 settembre gli Usa che, con la fine della Guerra fredda, erano diventati unica superpotenza ma non vantavano la loro forza, cominciarono invece ad esercitare un’enorme pressione sul resto del mondo perché seguisse i loro obiettivi. «L’Europa si adattò a obbedire per anni, almeno fino all’invasione russa dell’Ucraina», dice Ole Waever, professore di Relazioni internazionali all’Università di Copenaghen. «Era convinta che il sacrificio sarebbe servito a costruire un’alleanza più forte, aggiunge Bremmer: «Invece si ritrova in una molto più debole di prima».Non solo. Per oltre vent’anni l’Europa ha orientato le sue scelte politiche verso la difesa in Medio Oriente, inseguendo terroristi islamici ai quattro angoli del mondo, comportamento che non solo ottemperava alle indicazioni americane ma non dispiaceva nemmeno agli israeliani e alla loro lotta contro i palestinesi o ai cinesi e alla loro soppressione della minoranza uigura nello Xinjiang. Così facendo però ha abbassato la guardia sulla difesa tradizionale, sulla protezione dei suoi confini che aveva preso a considerare in Afghanistan anziché nel bel mezzo del suo Continente. «Abbiamo completamente riorientato la nostra difesa a causa della guerra americana in Medio Oriente», sottolinea Waever, secondo cui l’ostilità russa contro l’Europa nasce in quegli anni, come conseguenza indiretta dell’11 settembre.Subito dopo gli attacchi, Mosca aveva teso una mano agli Usa: non solo la “guerra contro il terrore” era anche nel suo interesse date le mire sulla Cecenia, ma, ammessa nel 1998 nel club esclusivo delle potenze mondiali che per accoglierla passò da G-7 a G-8, sperava di potere incidere sull’ordine mondiale. Invece l’Europa continuava a considerarla inferiore sul piano economico e inoffensiva su quello militare. «Abbiamo sottovalutato il peso delle percezioni di insicurezza, del risentimento e delle ambizioni di potenza», dice Waever: «Con il senno di poi, sarebbe servita più immaginazione strategica, sia per provare a integrare davvero la Russia, sia per prepararci all'eventualità che le cose potessero andare nella direzione opposta». Dopo il 2014, con l’invasione della Crimea, è diventato troppo tardi: è andata perduta la fiducia reciproca e non c’è stato più nessun motivo per tornare ad averla.Con il crollo dell’ottimismo del 2001, l’Europa ha visto crescere insicurezza, diffidenza e paura. I musulmani sono diventati il bersaglio preferito di chi ha scelto la politica dell’odio, sostituendo nell’immaginario collettivo nero quello che nel secolo scorso aveva rappresentato la comunità ebraica, un transfer facilitato dalle ondate immigratorie della metà degli anni Dieci, quando ancora l’eco della tragedia era forte. L’Unione libera e aperta si è lentamente trasformata in una collettività divisa e impaurita, pronta a sacrificare i diritti civili in nome del ritorno a un passato ideale di sicurezza e omologazione. Fin dai gesti quotidiani. I trasporti sono stati radicalmente trasformati dall’introduzione di controlli rigorosi negli aeroporti e nelle stazioni, dalle restrizioni sui bagagli e dalle porte blindate per le cabine di pilotaggio. Gli spazi pubblici sono stati invasi da metal detector e telecamere di sorveglianza.In questi 25 anni in tutta Europa, con l’eccezione, fino a quest’anno, della Spagna, è costantemente cresciuta l’ostilità verso gli stranieri, pur imprescindibili per il funzionamento dell’economia. Si è fatta strada l’idea che là fuori ci siano persone malvagie e che dunque possano essere giustificate politiche drastiche che mettano in discussione l’impianto stesso del sistema giuridico democratico. Parole come “remigrazione”, ovvero deportazione forzata di immigrati o dei loro discendenti, si sono fatte spazio nel dialogo collettivo. Fino alla scorsa settimana quando, dopo anni di crescita ininterrotta, il partito di estrema destra tedesca Afd ha vinto le elezioni nella regione orientale della Sassonia-Anhalt sfiorando la maggioranza assoluta. E ora, tra l’incredulità generale, si troverà a governare «senza scendere a compromessi», come ha sottolineato il carismatico leader locale Ulrich Siegmund.«Nessuno può sapere se senza l’11 settembre saremmo arrivati allo stesso punto», chiosa Waever: «Ma la reazione a quegli eventi ha contribuito a fomentare politiche dettate dalla paura». E, sempre più, dalla disillusione nel “vecchio Occidente”. Un “usato” oramai non più sicuro.
Dall'11 settembre l'Europa ha smarrito la via
Da "siamo tutti americani" a "ci fidiamo ancora degli americani?": i 25 anni che hanno cambiato per sempre l'Occidente












