Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiEsiste un punto oltre il quale il rispetto delle culture diventa indifferenza verso le vittime. E quel punto passa, senza alcun dubbio, anche dal corpo delle bambine. Uno studio appena pubblicato svolto su mille donne immigrate in Italia, provenienti da otto Paesi africani nei quali sono praticate le mutilazioni genitali femminili, ha chiesto se questa pratica debba continuare. Il 24,3 per cento ha risposto di sì.
Ma la media nasconde differenze importanti: il sostegno raggiunge il 64,1 per cento tra le nigeriane e il 41,7 tra le donne del Burkina Faso, mentre è quasi inesistente in altre comunità. Sono numeri da maneggiare con cautela. I dati risalgono al 2016, il campione non è probabilistico e un’opinione dichiarata non equivale a una mutilazione programmata. Sarebbe quindi scorretto trasformare la nazionalità in una sentenza o considerare sospetta ogni famiglia proveniente da un determinato Paese. Ma sarebbe ancora più scorretto usare la paura di stigmatizzare come scusa per non vedere.
È questo il vizio del “multiculturalismo pigro”. Ci ripete che tutte le culture meritano rispetto e, non sapendo più distinguere le persone dalle pratiche, conclude che anche sulle pratiche sia preferibile tacere. Eppure una società liberale non è un albergo nel quale ogni comunità può portare le proprie regole. È una comunità politica fondata su diritti individuali che valgono per tutti. E il diritto di una bambina all’integrità del proprio corpo viene prima delle tradizioni dei suoi genitori. La parte più interessante dello studio, però, è che le culture non sono prigioni. L’istruzione è ad esempio associata a un minore sostegno alle mutilazioni e, almeno in alcune comunità, lo stesso vale per il tempo trascorso in Italia. Tra le somale intervistate, per esempio, il 96,4 per cento vorrebbe abbandonare la pratica, una percentuale enormemente superiore a quella rilevata nel Paese d’origine. In altre parole, l’assimilazione può funzionare. Questo processo, però, è possibile soltanto se la società ospitante pone paletti chiari. Insieme al cambiamento del contesto sociale, dallo studio emerge infatti che contano anche gli ostacoli materiali e la severità della legge italiana.






