La legge italiana che ha dichiarato reato l’infibulazione compirà vent’anni il prossimo 9 gennaio: è la numero 7 del 2006, prescrive l’aggiunta nel codice penale dell’articolo 583-bis, che punisce con la reclusione da 4 a 12 anni chi cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili. Finora se ne può constatare l’insuccesso: le vittime di questa pratica tribale sono aumentate.

Nel 2019, secondo uno studio condotto dall’Università Milano Bicocca, si stimava che fossero 80mila le donne ad aver subìto l’operazione, al ritmo di 5mila nuove bambine l’anno. La seconda edizione di quell’indagine è stata pubblicata ieri: nel 2023, si legge, il numero è salito a 88.500 e le bambine sotto i 15 anni che rischiano di essere infibulate sono 16mila. Si tratta prevalentemente di donne nate all’estero (il 98%) e Over 50, le comunità con numeri assoluti più alti sono egiziane, nigeriane ed etiopi. L’incidenza più alta si registra tra le donne somale, sudanesi e guineane. Ce ne fossa una, tra le femministe appassionate di desinenze e di asterischi e di empowerment rosa, ad aver alzato la voce in solidarietà verso chi ha subìto questa disumana violenza cui si sommano il silenzio e la sottomissione.