Qualcosa sta cambiando nella sinistra americana. E la cosa interessante non sono soltanto Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez o Zohran Mamdani o gli altri democratici socialisti e le altre che stanno mietendo vittorie elettorali non scontate. Sono ciò che hanno messo in moto. Sanders dal 2016 ha riaperto uno spazio politico che sembrava chiuso: negli Stati Uniti la parola socialismo è tornata pronunciabile. AOC ha dimostrato che un pezzo dell’establishment democratico poteva essere sconfitto dal basso. La DSA, Democratic Socialists of America, ha trasformato una mobilitazione elettorale in organizzazione. Mamdani ha fatto il passo successivo: quella cultura politica può competere per governare.
Ma dietro i nomi c’è qualcosa di meno spettacolare e forse più importante. Si sta formando un’infrastruttura politica: militanti, organizzazione territoriale, piccoli finanziatori, selezione dei candidati, primarie competitive, campagne capaci di sopravvivere alla singola elezione. A noi democratici italiani dovrebbe interessarci questo. Molto più della discussione su quanto sia socialista Tizio o radicale Caio. Perché ci costringe a sciogliere un equivoco che la sinistra italiana si porta dietro da parecchio.






