Il Partito Repubblicano è arrivato a Dallas per una insolita convention di metà mandato, organizzata all’American Airlines Center in vista delle elezioni di novembre. Non ci sono delegati da contare né regole da discutere, ma una lunga successione di interventi costruiti attorno a Donald Trump.

Il presidente ha chiuso la prima serata con un discorso di cento minuti, chiedendo agli elettori di considerare il voto di novembre come un referendum sulla sua presidenza: «Vi chiedo di fingere che io sia sulla scheda». È apparso, come sempre, perfettamente a suo agio davanti a una platea che conosce bene. Ma il problema, anche questa volta, è stato tutto ciò che ha detto. I suoi discorsi in pubblico sono ancora quelli di una persona che sa stare sul palco e davanti alle telecamere, ma sono sempre meno agganciati alla realtà, sempre più lunari, sconnessi, le bugie hanno preso il sopravvento.

A Dallas è successo di nuovo. Trump ha detto alcune cose false, altre esagerate, altre ancora impossibili da sostenere con i fatti. E non soltanto sulle grandi questioni politiche: anche nel descrivere banalmente quello che stava accadendo intorno a lui, come quando ha continuato a dire che l’American Airlines Center era pieno e che nessuno se ne stava andando. Il New York Times, che era lì, raccontava invece di ampi settori vuoti e di persone che uscivano dall’arena mentre Trump parlava. A un certo punto il pubblico aveva già cominciato a diradarsi.