Nell’Aula di Palazzo Madama, la chiave della futura governabilità si concentra su una soglia precisa: il 42%. Ruota attorno a questo obiettivo il ddl n. 1971 sulla riforma elettorale, approdato al Senato dopo il primo via libera di Montecitorio.
Il provvedimento mira a superare l’impianto misto del Rosatellum — basato sulla combinazione tra collegi uninominali e plurinominali — delineando un sistema a prevalenza proporzionale, integrato però da un correttivo maggioritario sottoposto a condizioni stringenti.
Il perno della riforma è il premio di maggioranza riservato alla lista o alla coalizione che arrivi prima e superi il 42% dei voti validi. Non si tratta di un premio “a scorrimento” utile a garantire comunque una quota fissa dell’assemblea, bensì di un premio fisso: 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi.
Tali seggi si sommano a quelli maturati con la ripartizione proporzionale, entro un limite invalicabile pari a 220 deputati e 113 senatori. La conferma della soglia al 42% — scartata l’ipotesi del 41% emersa nel dibattito politico — punta a contenere le distorsioni della rappresentanza e a spingere le forze politiche a costruire alleanze ampie prima del voto.
Elemento di forte discontinuità tecnica è la clausola di doppia conformità: per far scattare il premio non basta vincere e superare il 42% in una sola Camera.








