Scriveva Giovenale: "Mens sana in corpore sano”. In un contesto in cui la radura del Mediterraneo è devastata da conflitti l'idea della riappacificazione delle coscienze potrebbe trovare un sintesi armonica nello sport. I Giochi del Mediterraneo di Taranto potrebbero e dovrebbero aver dato un segnale preciso. Perché lo sport non è soltanto gara. Lo sport è linguaggio. È corpo che pensa, è anima che corre, è pietra che diventa pista. Dire che lo sport è cultura significa dire che l’uomo, quando si muove, non si limita a vincere o a perdere. Si racconta. E nel raccontarsi incontra l’altro. Perché l'educazione del corpo è una geografia aperta. Dalle origini, lo sport è stato commistione. Non chiusura.

Si pensi ai Giochi Panatenaici della Grecia antica. Non erano solo competizione. Erano rito, erano festa, erano politica, erano memoria. Sono memoria. Ad Atene, ogni quattro anni, la città si apriva. Arrivavano atleti da tutte le poleis. Portavano muscoli, certo. Ma portavano anche dialetti, miti, dei diversi, modi di correre, di lottare, di onorare. Lo diceva già Pindaro: “Ariston men hydor”, l’acqua è la cosa migliore. Ma subito dopo cantava gli atleti, perché l’acqua senza l’uomo che la attraversa resta muta.