Un pallone che passa da un compagno all’altro. Un pedale che continua a girare quando la salita sembra non finire. Un canestro mancato, una gara persa, un ragazzo che torna ad allenarsi il giorno dopo. Gesti semplici. Eppure dentro quei gesti c’è molto più dello sport. C’è un’idea di uomo. È da qui che parte l’incontro promosso da Cdo Sport al Meeting di Rimini, dedicato allo «sport come percorso armonico». Non soltanto corpo, ma corpo, mente, relazioni e responsabilità: uno sport capace di formare persone e generare comunità. Vittorio Bosio, presidente del Csi, parte da lontano: dal 1944, quando l’associazione nacque per volontà di Pio XII con l’idea di offrire ai ragazzi un luogo dove fare sport. «Il mondo è cambiato, ma i ragazzi di ieri, di oggi e di domani hanno bisogno di trovare qualcuno che li accolga». È questa la prima parola di una società sportiva: accoglienza. Accogliere tutti significa non confondere lo sport con la selezione dei migliori. «Noi promettiamo di accogliere tutti, non perché pensiamo che potranno diventare qualcuno nello sport, ma perché sono accolti per quello che sono». Una società sportiva è così luogo di socialità, amicizia e incontro, dove un ragazzo può scoprire il proprio valore anche senza diventare un campione. Una questione che riguarda anche lo sport professionistico. Rocco Giorgianni, senior manager public affairs & sustainability di AC Milan e segretario generale di Fondazione Milan, conosce la distanza fra talento e persona. Un ragazzo può esordire a vent’anni, segnare un gol e ritrovarsi sulle prime pagine. «Accompagnare i ragazzi con una prospettiva educativa richiede una visione precisa». E una squadra attorno alla squadra: famiglia, allenatori, dirigenti, scuola, educatori.Fondazione Milan lavora anche con ragazzi detenuti o sottoposti a percorsi alternativi alla detenzione. Lo sport entra nel percorso di reinserimento, ma la scommessa è «far emergere talenti che non siano soltanto talenti sportivi». La vera povertà, osserva Giorgianni, è «non avere opportunità di sviluppare il proprio talento». Il campo può così diventare una porta verso una vita diversa. Fabrizio Lobasso, vicedirettore generale al ministero degli Esteri, porta il discorso sulla comunità. Il percorso armonico è «sinonimo di inclusione, interconnessione, bellezza». Non cancellare le differenze, ma riconoscerle come risorsa. «Io sono perché tu sei». Anche nello sport nessuno coincide con il ruolo che ricopre: «Sono chiamato a svolgere un compito, ma non sono quel compito». Per questo invita a cercare «la propria voce interiore, la nota più autentica», per mettere la propria identità a disposizione di qualcosa di più grande. La stessa prospettiva arriva da Lara Tagliabue, ex cestista e project manager di Fondazione Laureus. Nel suo lavoro incontra ragazzi segnati dalla povertà educativa. Lo sport può diventare un varco, ma «non può essere inteso come performance pura, ma come parte di un percorso condiviso all’interno di una comunità». Il fattore decisivo è umano: «L’allenatore che ti guarda» mentre provi, sbagli e riparti. Quello che corregge senza umiliare, accompagna senza sostituirsi. Un’alleanza educativa. E qui il basket offre una metafora perfetta: l’assist. Passare la palla significa riconoscere che, in quel momento, l’altro può fare meglio di me. Mario Zaninelli, docente di Etica dello Sport all’Università degli Studi di Milano, cita Michael Jordan: «Ti passo la palla perché so che in quel frangente tu sei più efficace di me». È l’opposto dell’individualismo: la mia forza cresce quando permette all’altro di esprimere la sua.Zaninelli richiama anche Alex Zanardi e la sua capacità di ripartire «da quel che ho, non da quello che ho perso». L’inclusione non significa semplicemente stare accanto a qualcuno, ma entrare nel suo mondo e accompagnarlo a fare «un passo in più». La disabilità non è ciò che una persona non può più fare, ma una modalità diversa attraverso cui può continuare a dare. In fondo, lo sport insegna che l’uomo è in divenire. Ha bisogno di qualcuno che lo accompagni, di un contesto che lo accolga, di compagni con cui condividere fatica e gioia. E qui torna in campo Dante. L’amor che move il sole e l’altre stelle, titolo del Meeting 2026, è l’ultimo verso del Paradiso, il punto d’arrivo di un viaggio lungo e periglioso, dopo inferno e purgatorio. Ma Dante non ci arriva da solo: ha bisogno di guide, incontri, compagni di strada. È proprio questa la lettura di Tagliabue: «Per me l’allenatore è questo: colui che accompagna, ti fa affrontare gli ostacoli, ti lascia la possibilità di sbagliare, ti aiuta a comprendere chi sei e a scoprire il destino a cui sei fatto». Ecco la traduzione dello «sport come percorso armonico»: non un allenamento alla vittoria, ma alla vita. Si corre, si cade, si passa la palla, si perde e si ricomincia. E, soprattutto, non si attraversa il campo da soli.
Tra Dante e Zanardi, al Meeting lo sport come scuola di relazioni e libertà
Dall’accoglienza all’inclusione, dal valore dell’assist alla capacità di ricominciare dopo una sconfitta: il racconto di chi non forma soltanto atleti, ma persone, attraverso legami, responsabilità e accompagnamento educativo







