Ancora una giornata abbastanza buona. Non si spiccano forse voli ad alta quota, ma nemmeno si resta a terra. E al momento non si registrano cadute rovinose.
“Bunker” di Florian Zeller ha già un titolo che è il manifesto di ciò che tratta. Identifica un luogo di sicurezza e protezione, un separarsi dalla realtà, dal mondo, un timore per quello che possa accadere, una società che stimola la paura. Javier Bardem è Manuel, un architetto di fama internazionale; Penélope Cruz è Sofia, responsabile della letteratura straniera per una casa editrice. Entrambi sono madrileni, ma da tempo vivono a Londra. Stanno insieme da 17 anni, apparentemente sereni, anche se già nella chiusura della prima sequenza al ristorante le loro facce spengono progressivamente il sorriso. Vivono in una casa elegante, in un bel quartiere. Sul loro giardino si affaccia una casa, in realtà il muro di essa, preso a martellate una mattina dal suo proprietario (Stephen Graham) per aprire un varco per una finestra, che ovviamente dia sul giardino. Manuel e Sofia, che hanno due figlie (la più grande un po’ ribelle e vittima del cellulare) e un gatto, un po’ inquietante, si allarmano e chiedono all’uomo di estrazione popolare, di fermarsi, senza ottenere successo, minacciando l’uso di avvocati. Manuel ha anche un’offerta prestigiosa per costruire un bunker alla Hawaii per un supermilionario (Paul Dano): indeciso se accettare, la faccenda acuisce il crescente attrito nella coppia. Dopo il buon “The father” e il meno riuscito “The son”, stavolta Zeller lavora sulla coppia e la famiglia. Ne esce un thriller psicologico sull’ossessione dei nostri tempi (si veda il timore di un cataclisma da parte del Paperone di turno), scenograficamente geometrico, sufficientemente algido, pieno di indizi preoccupanti (il gatto che scompare, il sistema d’allarme di casa in panne, la tensione crescente della coppia), con qualche momento distensivo (i quadri concettuali, il fumo improvviso in casa, la telefonata alla figlia dalla cucina alla camera da letto, perché con le cuffie non risponde), scritto forse con troppa attenzione (anche sul dilemma morale del denaro), specie nel finale abbondantemente annunciato, dopo una situazione drammatica, risolta da chi la coppia meno se l’aspetti. Funziona e i due divi fanno il resto, anche se Zeller si conferma regista buono un po’ per tutti, il che può essere un vantaggio in generale, meno ai festival. Voto: 6,5.










