Javier Bardem in Bunker - Credits Blue Morning Pictures Mod Producciones Pathé Films
Stiamo rischiando di rovinarci il presente per paura del futuro. E, sia chiaro, abbiamo fin troppi buoni motivi per averne: la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze crescenti, una pandemia che ci ha già dimostrato quanto velocemente si sgretolino le certezze. Possiamo aggiungerci l’intelligenza artificiale, se siamo particolarmente in vena di angoscia, e a quel punto viene quasi voglia di mettersi a cercare un bunker su un sito immobiliare: potrebbe essere un buon investimento.Il problema è che a forza di prepararci a un futuro spaventoso rischiamo di cominciare a vivere come se fosse già arrivato. Da qui prende le mosse Bunker, il nuovo film di Florian Zeller presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Ma mettendo da parte l’idea che un po’ di paranoia non sia poi così irragionevole, la sceneggiatura ci porta oltre e ci fa un’altra domanda: siamo sicuri che l’unica risposta possibile sia difenderci?Scavare buchi contro la pauraMiguel (Javier Bardem) e Sofía (Penélope Cruz) stanno insieme da diciassette anni e vivono con le due figlie in una bellissima casa londinese. Lui è un architetto di successo; lei lavorava nell’editoria in Spagna e ha visto ridimensionarsi la propria carriera quando la famiglia si è trasferita in Inghilterra per inseguire quella di lui. Un giorno un miliardario tecnologico interpretato da Paul Dano, con una proposta per Miguel: vuole che gli progetti un bunker, e vuole che lo faccia lui, perché non si fida della sicurezza con le ditte specializzate.Zeller racconta di aver avuto l’idea leggendo di un miliardario tech che stava costruendo un rifugio alle Hawaii. A interessarlo era soprattutto il paradosso: un uomo diventato immensamente ricco grazie all’idea di connettere le persone che si prepara a sopravvivere isolandosi completamente da loro. L’ombra di Mark Zuckerberg sul personaggio di Dano è difficile da ignorare, e il paradosso è perfetto per la costruzione del film.Sopravvivere, ma poi?Quando Miguel cerca di capire da che cosa dovrebbe proteggere il suo cliente, è lui a passare in rassegna le apocalissi possibili. Andrew, invece, ha in mente soprattutto una cosa: gli altri esseri umani. Teme una crisi sociale, una rivolta, il momento in cui una popolazione sempre più impoverita potrebbe decidere di presentare il conto a chi possiede una quantità spropositata di ricchezza. Ma lui non pensa soltanto a come sopravvivere portando una decina di persone con lui, si preoccupa di quello che potrebbe succedere dentro il bunker: come si fa a garantire il permanere della catena di comando? A un certo punto ragiona persino sulla possibilità di affidare al riconoscimento vocale il sistema dell’ossigeno: ok portare con sé le persone di cui ti fidi, ma come puoi essere sicuro di poterti davvero fidare? Non sono solo i poveri a fare i colpi di Stato.Andrew è un personaggio a tratti ridicolo, ma in modo inquietante: produce quella sgradevole sensazione di trovarsi davanti a persone alle quali abbiamo consegnato una fetta enorme del nostro presente e che, mentre ci vendono il futuro quotato in borsa, stanno già pensando a come salvarsi se quel futuro dovesse andare malissimo.










