Martedì 2 maggio 2006, New York. Una donna di settantasei anni si siede davanti alla macchina da scrivere con cui lavora da mezzo secolo per raccontare guerre, dittatori, i diritti delle donne, e si accorge che «tutto fluttua dentro la nebbia e manca il respiro». Non si rassegna, però. Lo mette per iscritto in una lettera: «Non ti scrivo da cent’anni, my darling. My very, very darling. Ormai è diventata un’impresa straziante anche cambiare il nastro di questa macchina». Quella donna è Oriana Fallaci. Il destinatario è un vescovo.

Oriana Fallaci, l’atea che scriveva al monsignore

Quelle righe si possono leggere in «La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella», pubblicato da Piemme e in libreria da ieri. Sono le lettere che la giornalista e il vescovo si sono scambiati fra l’estate del 2005 e il maggio del 2006. Ma per vent’anni quelle pagine sono rimaste private. L’uscita cade a una settimana esatta dal ventesimo anniversario della morte di Fallaci, avvenuta a Firenze il 15 settembre 2006.

Ribelle, indomita e icona

Fiorentina, classe 1929, staffetta partigiana da ragazzina, Oriana Fallaci è stata la prima inviata di guerra italiana: il Vietnam, il Medio Oriente, il massacro di Città del Messico del 1968 in cui rimase ferita. Le sue interviste ai potenti sono rimaste nei manuali di giornalismo, a cominciare da quella a Khomeini, durante la quale si tolse il chador che era stata obbligata a indossare. Negli ultimi anni era diventata soprattutto la voce di «La rabbia e l’orgoglio», il pamphlet scritto dopo l’11 settembre 2001 che le procurò milioni di lettori, processi e nemici in egual misura. Quella, però, era la Fallaci pubblica. Le lettere raccontano l’altra.