Alla fine il ballottaggio supera lo storico tabù del centrodestra ed entra quantomeno come «tema su cui riflettere» (copyright il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Andrea De Priamo) nell’Aula del Senato.

Il cavallo di Troia e il no della Lega. Cauta Forza Italia

Il cavallo di Troia è costituito dall’emendamento annunciato su queste colonne il 28 agosto dall’ex presidente del Senato e ora senatore di Fratelli d’Italia Marcello Pera. Pera ha avuto il benestare del suo partito, ma non c’è la convergenza ufficiale per le divisioni del centrodestra: la Lega in particolare resta fieramente contraria per il timore che, con la prospettiva del ballottaggio, al primo turno il partito di Roberto Vannacci, arrivato nei sondaggi tra il 7 e l’8%, possa fare ancora di più il pieno ai danni di una Lega ridotta tra i 5 e il 6%. Quanto a Forza Italia, l’intenzione di presentare un emendamento simile a quello di Pera è infine rientrata: c’è il sostegno politico - si spiega in casa azzurra - ma solo se la novità sarà condivisa da tutta la coalizione.

I dubbi della premier tra Vannacci e effetto referendum

La verità, spiegano i “fratelli” fuor di taccuino, è che la stessa premier Giorgia Meloni non ha ancora deciso. C’è tempo fino al voto d’Aula - l’approdo del testo è previsto per il 9 settembre e il via libera per il 15 - per aprire la pancia del cavallo di Troia e introdurre una novità che avvicinerebbe il sistema nazionale a quello per l’elezione dei sindaci nei grandi comuni. L’emendamento in questione prevede che il premio scatti al primo turno solo se la prima lista o coalizione arriva al 48% dei voti in entrambe le Camere; in mancanza ha luogo un ballottaggio tra le prime due liste o coalizioni purché entrambe abbiano conseguito il 38% dei voti in entrambe le Camere (un gioco di soglie pensato anche per superare le possibili obiezioni della Consulta: si veda sul tema l’articolo di Roberto D’Alimonte a pagina 14). Non sono inoltre previsti ulteriori apparentamenti dopo il primo turno: nessun obbligo di alleanza con Vannacci (o con Calenda), insomma, ma nulla vieterebbe agli elettori di convergere. Ma il timore maggiore della premier è che al secondo turno si possa coagulare quel “tutti contro” che si è già visto al referendum sulla giustizia. Di contro lasciare la legge così com’è, con il premio di maggioranza che scatta a chi maggiormente supera il 42%, sulla carta consegnerebbe la vittoria al campo largo (nei sondaggi sopra il 42% mentre il centrodestra è leggermente sotto) oppure produrrebbe l’effetto paradossale della proporzionalizzazione del sistema e dunque del nessun vincitore.