“Qui i bambini non possono entrare”: è la frase che una madre si è sentita rivolgere in un negozio di Roma, nonostante le sue figlie fossero tranquille nel passeggino. Da questa esperienza nasce una riflessione sul fenomeno “no kids”, sempre più diffuso in ristoranti, hotel e altri luoghi. Un paradosso in un Paese dove i bambini sono sempre meno: mentre la natalità crolla, cresce l’idea che la loro assenza sia sinonimo di comfort, silenzio ed esclusività.

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“Signora scusi, qui i bambini non possono entrare”. All’inizio penso di aver capito male, le mie bambine sono davanti a me, sedute nel passeggino. Non piangono, non corrono, non toccano nulla. Chiedo allora perché. “Urlano”, dice il commesso. Mi giro: sono ancora lì, in silenzio. “I bambini in generale urlano e questo è un posto decoroso”. Il posto decoroso è un negozio di vestiti in una via centrale di Roma. Per fare uno spoiler del finale, ovviamente andiamo via, anche un po’ per dignità personale. Il fatto rimane invariato però: i bambini non possono entrare, e non perché abbiano disturbato qualcuno, ma perché avrebbero potuto farlo. È un disturbo preventivo: non viene sanzionato un comportamento, viene anticipato sulla base dell’età. Una cosa è chiedere a un genitore di intervenire quando un bambino urla per un tempo prolungato, corre tra i tavoli o mette in pericolo sé o gli altri. Un’altra è presumere che lo farà semplicemente perché è un bambino.