di Roberta Schira

La notizia era blindata fino a settembre, poi è filtrata lo stesso. «La Torre del Saracino» di Vico Equense si sposta, o meglio, si sdoppia. Prima che diventasse comunicato ufficiale, abbiamo chiesto allo chef e patron Gennaro Esposito non il dove e il quando, ma il perché. E chiacchierando siamo tornati indietro di quasi cinquant'anni, a Gennarino bambino

Cominciamo dall'inizio. A nove anni lei lavorava già.«Ho avuto questa fortuna: cominciare subito, con uno zio pasticciere che adoravo. All'inizio era quasi un gioco, solo che quel gioco aveva gli orari, gli impegni, le sue regole: lavoravo davvero. Ma una cosa la devo dire: nessuno, in famiglia, me lo ha mai chiesto. Però la mia generazione certe cose le capiva senza bisogno di parole, in casa le difficoltà si toccavano con mano».

E il mare, gli amici?«Il mare era degli altri. Certo, non poter fare un bagno, e onde e schiume le vedevo tutti i giorni, mi faceva sentire in una gabbia. Poi sono arrivate le prime due lire guadagnate da me, potevo comprarmi qualcosa: quella è stata una scoperta. A scuola continuavo ad andarci. Lavoravo i fine settimana, durante le feste: quando mio zio aveva bisogno mi chiamava e io correvo. Correvo, capisce? Piano piano ciò che era un sacrificio è diventato una libertà. E a casa mi ero guadagnato il rispetto di uno che lavora».