di Luca Mastrantonio

Genera più interazioni rispetto ai sentimenti positivi, può essere salvifica o isterica, comunque sempre elettrizzante: è un’industria che non va mai in crisi, perché di crisi vive. La paura è al potere nelle menti, prima ancora che sui social. Come liberarsi? Una strada c’è

Da qualche tempo l’algoritmo di Instagram mi mostra video di squali, insieme ad altri contenuti che, effettivamente, mi interessano. Gli squali, invece, no. Provo paura, terrore, dai tempi del film di Spielberg. Cosa vuol dire? Che l’algoritmo dà valore qualitativo, positivo, a ciò che ha un valore quantitativo, il tempo che passo a vedere un video. Gli algoritmi delle grandi piattaforme tendono a premiare e rendere virali contenuti che scatenano rabbia e paura, poiché generano più interazioni.

La paura è un sentimento antico. È salvifico, quando ci spinge a evitare un pericolo. È isterico quando si trasforma in fobia. È elettrizzante, sempre: la paura è un’industria che non va in crisi. Perché vive, di crisi, se ne alimenta. Che la paura sia al potere, nelle nostre menti prima ancora che nei social, lo racconta con grande efficacia uno scrittore spagnolo naturalizzato argentino, Andrés Barba, nel suo nuovo romanzo Auge y caída del conejo Bam, con cui ha reinventato La fattoria degli animali. Se quella di George Orwell è una satira politica che mette in farsa la tragedia dell’utopia socialista, qui nel mirino c’è la società edonistica e filofobica in cui viviamo. In breve: siamo nella Grande Tana, abitata da conigli che, com’è noto, sono grandi saltatori, rapidi roditori, riproduttori seriali e velocissimi fifoni. La paura è la molla della sopravvivenza, esaltata da grandi orecchie che intercettano ogni rumore, mentre le possenti cosce garantiscono salti acrobatici e rapide sessioni copulatorie, che durano pochi secondi, dopo i quali il maschio cade di lato, esausto.