L'attrice ha presentato «Una storia» in gara nella sezione Orizzonti: «Mostro la vita di una coppia, placida fino a quando non si domandano chi sono diventati»
VENEZIA La vita scorre con serenità per la coppia al centro di Una storia, debutto alla regia di Anna Foglietta presentata nella sezione Orizzonti, al cinema dal 24 settembre. Una vita di provincia, semplice, senza frenesie, drammi o tradimenti, che scorre placida fino a quando l’unica figlia lascia casa per studiare. Ed ecco che lì succede una cosa inattesa e sconvolgente: la protagonista, interpretata da Alba Rohrwacher (suo marito nel film è Guido Caprino), per la prima volta si chiede che cosa davvero desideri. E quindi, di fatto, chi sia. «È nel mezzo di una crisi identitaria ma decide di cogliere la sfida di ascoltare le domande che le vengono a galla. In questo senso è un film politico», spiega Foglietta con sincera emozione. Sono soprattutto le donne a porsi questi dubbi? «Sì, ma racconto anche un maschile, magari più semplice, più basico, ma che poi fa un atto rivoluzionario accogliendo la sua vulnerabilità. È l’uomo nuovo di cui abbiamo bisogno: comprende che nella vita, se vuoi ottenere anche una relazione che sia di rilancio, devi risolvere la tua vita e non chiuderti in una gabbia». Quando la sua protagonista spiega al marito il carico che ha portato per tutta una vita in termini di cose da fare per la famiglia, lui le risponde: nessuno te lo ha chiesto. «Un vecchio classico, ma intanto se tutte quelle cose non le facciamo noi donne, chi? Certo, se stiamo tutti nei nostri ruoli possiamo far finta di continuare la nostra bella esistenza. Ma quando uno reclama il suo spazio e il sacrosanto diritto anche di entrare in crisi, si va in difficoltà. Ma ben venga che crollino le certezze: non possiamo pensare che si nasce e muore nello stesso modo. Il viaggio della vita è fatto di cambiamenti». Anche debuttare come regista è un cambiamento, no? «Purtroppo per noi donne è un atto di coraggio pretendere spazio. Anche il mio immaginario, come spettatrice è stato forgiato dagli uomini. Quando l’ho compreso mi è venuta una rabbia... è importante reclamare uno spazio e mi piacerebbe che i miei colleghi uomini ne cedessero un po’ e si interrogassero sul perché si fa così fatica a creare un immaginario femminile». Succede anche alla Mostra. «È la punta dell’iceberg, il problema è sistemico. Per fortuna ci sono tante produttrici. Tra loro, in questo film, anche Valeria Golino: per me è un faro, un modello». Non ha pensato di recitare anche nel suo film? «Non lo avrei mai voluto fare, volevo godermi il viaggio della regia, adoro dirigere e penso di averlo fatto bene». Di spalle, però, interpreta una cliente del supermercato dove lavora Rohrwacher, no? «Si riconosce la voce? L’ho recitata malissimo...».











