Le buste paga dimagrite negli ultimi dieci anni, certo: l’Italia è in coda a tutti i paesi europei per potere d’acquisto dei salari, mentre i prezzi al consumo si impennano. La sanità pubblica fatta a pezzi per compiacere gli amici da una politica clientelista. Naturale. Il lavoro povero che nutre le statistiche e fa esultare Meloni. Sebbene i dati falsamente dipingono una nazione in crescita, prospera e felice. Eppure quasi sei milioni di italiani non sanno se riescono a mettersi a tavola due volte al giorno.

L’assenza di una politica industriale abbandona al proprio destino interi comparti produttivi; l’Ilva travolta da decenni di incapacità della politica di affrontare i nodi che la stanno strangolando. I giovani scolarizzati in fuga all’estero. I cambiamenti climatici dell’ex Bel Paese, esposto a catastrofi naturali frutto del disinteresse cronico verso la cura del territorio e dell’ambiente da parte di tutti i governi succedutisi nei decenni. E via elencando. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Un’opposizione vigorosa e consapevole sventolerebbe queste miserie per definire il programma elettorale, anziché baloccarsi in verbose disquisizioni se è nato prima l’uovo o la gallina: ovvero se convenga affrontare di petto e risolvere una volta per tutte la vexata quaestio delle primarie del campo progressista, incoronando lo o la sfidante di Giorgia Meloni. Se cioè la spinosa diatriba del leader debba essere scavalcata a beneficio della definizione del perimetro politico dell’alleanza elettorale: chi ci sta e chi vorrebbe starci ma sarebbe meglio che se ne restasse alla larga.