«E non facciamoci sempre riconoscere!». Un invito, un tormentone, uno slogan che per gli infiniti ammiratori di Alberto Sordi è diventato più che un modo di dire: quasi un marchio di fabbrica. Di più: un comandamento. Ma Andrea Kimi Antonelli forse è troppo giovane per conoscerlo. O molto più probabilmente non ha alcuna intenzione di metterlo in pratica. Anzi ci tiene a farsi conoscere e riconoscere proprio come italiano purosangue, tutto spaghetti, pizza e caffè espresso (ci manca giusto il mandolino, poco familiare a un bolognese).

Superfluo spiegare di chi stiamo parlando. Vent’anni appena compiuti, Andrea ha trionfato nel Gran Premio di Monza a conclusione di una rimonta da fantascienza: dal diciannovesimo posto alla vittoria, infilando uno dopo l’altro tutti gli avversari, campioni del mondo in carica e in carriera compresi. Primo italiano dopo decenni a vincere sul circuito nazionale, primo italiano dopo un tempo infinito a presentarsi al via da leader della classifica mondiale. Primo italiano a mettere a segno una rimonta del genere. Italiano, appunto, è l’aggettivo ricorrente. Allora non stupisce più di tanto che abbia voluto correre il GP con un casco tricolore, messo a punto con l’aiuto di Valentino Rossi, altro italiano volante, corredato da piccole immagini simbolo del cibo made in Italy: la pasta, l’espresso, la pizza, accanto a un hamburger, cancellato però con una vistosa croce, perché lontano dalla tradizione alimentare del Belpaese. Con buona pace dei suoi “datori di lavoro” tedeschi. Perché non bisogna dimenticare che il bolognese Antonelli corre e vince con una Mercedes e, diciamolo, anche grazie a una Mercedes decisamente superiore alle nostre Ferrari. Ma si tratta di un dettaglio insignificante per lui e per la marea rossa di tifosi del Cavallino che a fine corsa si sono ammassati al palco della premiazione per applaudirlo, ringraziarlo, celebrarlo al canto di “Sarà perché ti amo”, del tutto indifferenti al colore della sua tuta e del suo berretto con la stella Mercedes in bella vista.