| 9 Settembre 2026 02:02 |

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(Adnkronos) – Con la decisione annunciata di dodici Paesi, tra cui Francia, Regno Unito e Canada, di sanzionare il commercio con gli insediamenti illegali di Israele nei territori occupati, sembra materializzarsi il giro di vite che i legislatori europei discutono da oltre un decennio senza mai tradurlo in un divieto comune. L’obiettivo è penalizzare i responsabili delle violenze commesse dai coloni ai danni dei palestinesi e scoraggiare l’espansione degli insediamenti. Benché simbolicamente importante, l’impatto economico sarà limitato, visto che tali insediamenti producono solo una piccola quantità di esportazioni, prevalentemente agricole. Ma l’implementazione inizia dall’identificare i prodotti dei coloni illegali, sforzo complicato da misure pensate per dissimularne la provenienza.

Come ha rilevato un recente rapporto della ong statunitense Global Echo, quasi un quinto delle spedizioni agricole israeliane dirette nella Ue (19,2%) contiene prodotti provenienti da insediamenti illegali in Cisgiordania e nelle Alture del Golan. L’ong ha ricavato quella cifra analizzando oltre trentamila documenti doganali relativi a più di 5.900 spedizioni agricole israeliane tra ottobre 2017 e febbraio 2026 verso Ue, Regno Unito, Norvegia e Svizzera. Un’analisi separata su oltre 2.000 dichiarazioni doganali che indicavano Israele come provenienza rivela che quasi il 17% di esse riguardava prodotti provenienti da insediamenti illegali, per un valore complessivo di 13,1 milioni di euro.