Diversi film raccontano e ripensano gli spazi.
A un Wim Wenders non visibile, ma del quale è facile immaginare l’affilata qualità di suggestione, l’architetto Peter Zumthor nel documentario (fuori Concorso) a lui dedicato, racconta la necessità di pensare gli spazi come volumi, a prescindere da mura e altri contenitori successivi.
Con rigore ma anche massima libertà, le case di Zumthor sono pensate come luoghi di realizzazione di sé; non come rifugi o trincee di difesa dalle minacce del mondo.
Accade invece in The Echo Chamber di Andrea Pallaoro (in Concorso), dove una casa dai soffitti altissimi è claustrofobico, ininterrotto scenario di una vicenda senza respiro, porte antiche e finestroni affacciati su una invisibile Londra (Roma, in realtà, e chissà se Bertolucci autore del soggetto, proprio come in Ultimo tango a Parigi non avrebbe girato una scena, una almeno all’aperto, a spezzare il ritmo e dare maggior forza al senso di tutto quello stare al chiuso).
Si desidererebbe aria, una qualche soluzione non solo distruttiva per una vicenda drammatica, ma niente, quelle pareti alte e quei finestroni non ci lasciano, le porte antiche continuano a venire aperte e richiuse e il mondo, quello rutilante e sempre cangiante, quello anche con gli Altri, manca, non trova fenditure per entrare.









