ROMA – Il reclutamento di personale dall’estero e le reti di sostegno internazionali stanno alimentando il conflitto in Sudan. La denuncia arriva da un nuovo rapporto della Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti delle Nazioni Unite, secondo cui il coinvolgimento di forze esterne sta rafforzando le capacità militari delle parti in guerra: da un lato le Forze Armate Sudanesi (SAF) e dall’altro il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Gli interventi esterni stanno consentendo operazioni belliche più sofisticate, con danni per la popolazione civile sempre più gravi.

Il richiamo delle immense risorse, come oro, petrolio, gas, ferro, rame. Dunque, quello che è iniziato nell'aprile 2023 come uno scontro di potere interno tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF) di Dagalo (detto "Hemedti") si è trasformato nell’ennesima guerra per procura globalizzata, fomentata da interessi geopolitici sul Mar Rosso, dal controllo di immense risorse minerarie (come l’oro) e da ambizioni di influenza regionale.

Gli aiuti militari. Il rapporto dell’ONU documenta il coinvolgimento di strutture attive in diversi Paesi soprattutto nei campi del reclutamento, dell’addestramento e dell’impiego di personale straniero. Gli aiuti sono principalmente a sostegno delle RSF. Le reti individuate dagli investigatori dell’ONU hanno facilitato il trasferimento di armi, di munizioni e di tecnologia militare, oltre a fornire supporto logistico.