Droni, nuovi flussi di armi e sostegno straniero stanno cambiando la natura del conflitto in Sudan, estendendo la portata geografica delle ostilità e prolungando i combattimenti ai danni dei civili. Sono queste le conclusioni del report pubblicato di recente dalla missione d’inchiesta dell’Onu che certifica un rafforzamento delle capacità belliche tanto delle Forze armate sudanesi (Saf) quanto delle Forze di supporto rapido (Rsf).

All’inizio del conflitto, scoppiato nel 2023, le Saf guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan mantenevano un vantaggio aereo, ma negli ultimi due anni le Rsf hanno migliorato il loro arsenale. Le forze paramilitari sono riuscite ad effettuare sorveglianza e attacchi oltre le linee del fronte e a notevole distanza dalle proprie postazioni di terra grazie ai droni, diventati un elemento chiave nel ribilanciamento dei rapporti di forze tra i due avversari. Come certificato dall’Onu, questo cambiamento è stato possibile grazie al supporto che le Rsf hanno ricevuto dall’estero. Le armi sono giunte in Sudan attraverso rotte aeree, terrestri e marittime che collegano individui ed entità situati negli Emirati Arabi Uniti, in Ciad, nella Libia sudorientale e nel Puntland in Somalia. Specifiche località fungono da veri e propri centri di transito e logistici attraverso i quali armi, personale e altri rifornimenti militari sono stati spostati nelle aree controllate dalle Rsf. L’evoluzione dell’arsenale delle Forze di supporto rapido dimostra l’efficacia di questa rete di sostegno straniero. Nel corso dell’ultimo anno, le Rsf sono passate dall’usare semplici munizioni a piattaforme strategiche come il CH-95 di fabbricazione cinese o i droni Akinci di produzione turca. La rete di sostenitori stranieri ha anche fornito alle forze paramilitari circa 2mila contractors provenienti dalla Colombia e impiegati anche per operazioni con droni da combattimento, artiglieria e armamenti avanzati, oltre che nell’addestramento delle truppe paramilitari.