Nonostante i prezzi dell’elettricità più alti dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, le tecnologie in grado di abbattere subito i costi della bolletta per imprese e cittadini italiani – le rinnovabili – restano ostaggio delle sindromi Nimby (non nel mio giardino) e Nimto (non nel mio mandato elettorale), di cui ormai la presidenza del Consiglio dei ministri è divenuta un caso scuola: sulla scrivania di Giorgia Meloni giacciono progetti per 13 GW, quasi il doppio rispetto ai 7,2 GW messi a terra in tutta Italia nel corso dell’intero ultimo anno.

«Gli ultimi due anni hanno rappresentato una fase particolarmente complessa per il settore delle rinnovabili», spiega Andrea Cristini, presidente di Anie rinnovabili, ovvero l’associazione confindustriale di settore che rappresenta un fatturato aggregato che supera i 14 miliardi di euro: «Tutti i comparti tecnologici e i relativi segmenti di mercato sono stati interessati da profondi cambiamenti normativi e regolatori, che hanno aumentato l’incertezza e la percezione del rischio, frenando la piena espressione del potenziale economico e ambientale di una filiera strategica per la competitività e la sicurezza energetica del Paese. In questo scenario, l’Italia sta progressivamente perdendo terreno anche rispetto ai principali Paesi europei a forte vocazione manifatturiera».