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Lunedì il ministro degli Esteri bosniaco Elmedin Konaković ha annunciato che ritirerà il personale dall’ambasciata della Bosnia Erzegovina in Serbia per protestare contro la decisione di organizzare i funerali di stato per Ratko Mladić, che si sono tenuti sempre lunedì nella capitale serba Belgrado. Konaković ha anche dichiarato “persona non grata” (cioè persona non gradita) due diplomatici dell’ambasciata serba a Sarajevo, la capitale della Bosnia Erzegovina, dando loro 48 ore di tempo per andare via dal paese.
Mladić fu il comandante dell’esercito dei serbi bosniaci durante la guerra combattuta negli anni Novanta nel territorio dell’ex Jugoslavia, aveva 84 anni e stava scontando l’ergastolo nei Paesi Bassi per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. In particolare era stato giudicato colpevole del massacro di oltre 8mila ragazzi e uomini bosniaci musulmani a Srebrenica, nel nordest della Bosnia Erzegovina, di operazioni sistematiche di pulizia etnica, sterminio e deportazioni, e di aver terrorizzato la popolazione civile di Sarajevo, durante il più lungo assedio della storia moderna.
Ciononostante è considerato ancora un eroe sia da molte persone serbe che da buona parte dei serbo bosniaci, cioè uno dei tre gruppi principali che vivono in Bosnia Erzegovina assieme ai croati bosniaci (cattolici) e ai bosgnacchi (bosniaci musulmani). Le divisioni culminate nella guerra non sono mai davvero state risolte.











