ROMA. È come se negli anni si sia creata una distanza profonda tra legislatore e mercato dell’innovazione. In Europa. Ma anche in Italia. Una distanza tra politica e investitori, tra chi regola l’innovazione, cerca di indirizzarla, e chi l’innovazione la fa o la finanzia. Una distanza che, lamentano diversi operatori e imprenditori, aumenta. L’Europa sembra agire in modo incerto e frammentato per creare un contesto dove l’Intelligenza artificiale diventi la grande infrastruttura che altrove promette di rivoluzionare produzione e mercato. InvestAi, il piano da 200 miliardi annunciato 18 mesi fa, è solo un esempio dei piani paralleli su cui si stanno muovendo legislatore e imprese. Da un lato annunci e burocrazia. Dall’altro necessità di avere meno regole e risorse immediate per riuscire a creare una filiera industriale in grado di competere con Stati Uniti e Cina. «Il piano europeo è totalmente inefficace. Se l’obiettivo è creare una OpenAi europea, siamo totalmente fuori strada», commenta a La Stampa un imprenditore del settore che preferisce restare anonimo. «Ci sono troppe regole, troppe richieste per essere in regola con l’Ai Act (la legge europea che regola l’Intelligenza artificiale, ndr). Non è stato fatto nulla di concreto per agevolare chi fa innovazione», aggiunge. Non tutta l’azione di Bruxelles è criticata o criticabile. L’iniziativa europea sulle gigafactory, le grandi strutture per creare capacità di calcolo necessarie ad addestrare intelligenze artificiali in Europa, sembra suscitare curiosità. Ma ciò che ancora manca è una strategia chiara. «Il problema è che molto spesso l’Europa fa annunci. Si concentra su cosa ha intenzione di fare piuttosto che raccontare cosa ha già messo in campo», spiega Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance, l’associazione italiana di investitori e imprenditori dell’innovazione. “Negli incontri con gli investitori, quello che registro è che tutti sentono le istituzioni molto lontane”, ragiona.