«'Spetta ti tiro quattro poponi. Questi non li trovi al despar». Stefano Surace infila le mani tra foglie grandi come pale eoliche. Nemmeno guarda, va a memoria, "tira" fuori quattro peperoni verdi, grassi, tondi, larghi. «Sono la fine del mondo tagliati a fettine e fritti con le patate. Mo' ti tiro le melanzane. Ah, un po' di peperoncini li vuoi? Guarda che belli...». Batterie di confetti rosso fuoco, piccanti come il diavolo. D'altra parte lui è calabrese. Come i peperoncini e i "poponi" che coltiva qui dal 1999. «Calabrese dell'Aspromonte - precisa lisciandosi i baffi fitti alla Peppone -. Di Sant'Eufemia, non so se mi spiego, dove Garibaldi s'è preso il famoso colpo di lupara nella gamba». Per dire, del carattere di quelli dell'Aspromonte.
«Sono emigrato al Nord per fame quando ero un ragazzo. A Bolzano ho sempre lavorato nell'edilizia. Ma io sono nato dalla terra, sono contadino. E adesso, dalla terra, mi vogliono cacciare... Ma quello lo permetto solo al Padreterno, non ai cristiani». Falce e rastrello: la ridotta degli orti è una striscia verde che corre a sinistra dell'Adige dopo la torre Alperia. Corre tra il fiume e i vigneti di uva nera Lagrein cotta dal sole, coltivati ancora a pergola. Sessantatré pensionati barra ortolani, qui da trent'anni, quando la loro associazione stipulò un contratto d'affitto con il demanio dello Stato. Sessantatré appezzamenti di circa cento metri quadrati ciascuno. Non c'era niente di niente, solo sterpi, stormi di zanzare, nidi di vespe e bisce, e le rive sfregiate da discariche abusive.







