Ferrara, 6 settembre 2026 – C’è una data, il 1998. Albano Bergami, storico produttore di pere, era allora un ragazzino. Le valigie, quel viaggio in Olanda. “Portai nella nostra provincia il loro modo di coltivare le pere, in maniera intensiva. Acquistai i miei primi cinque ettari”, che sono diventati sessanta. Sperimenta la doppia fila, piante più piccole, le radici che pescano in pochi centimetri di terra. Addio a quegli alberoni tipici della pianura padana, la pera come in batteria, quintali su quintali, conquista l’Italia, il mondo. L’Abate, una regina. “A livello planetario, un’eccellenza”, ricorda, la memoria ad un passato che sbiadisce.
Il calo e il clima folle
In 15 anni siamo passati da diecimila ettari coltivati a pere a meno di cinquemila. E il clima folle ha inferto un altro colpo. “Fino a 15-20 anni fa l’Abate non andava staccata prima del 10 di settembre. Oggi, con le mutate condizioni meteo, si inizia già a fine agosto”, precisa Bergami, che ha ricoperto il ruolo di presidente della federazione nazionale ortofrutta di Confagricoltura.
Un mondo è cambiato. “Le piante più piccole, così produttive, sono più esposte a questo clima folle, non resistono”. Quelle tecniche, oggi un boomerang. Giù il guadagno, si continua a buttare giù frutteti, ad estirpare. “La cosa che mi fa arrabbiare è che, pur essendoci poco prodotto, facciamo anche fatica a collocarlo”, lo sguardo ai terreni che possiede ad Albarea, frazione di Ferrara, e Berra. “In campo c’è qualche nota positiva. La pressione della malattia è stata molto meno preoccupante rispetto alle passate stagioni”. E’ il mercato a preoccupare.







