di Salvatore Distefano
L’8 settembre è una data periodizzante della storia italiana e ne rappresenta uno dei passaggi più discussi e controversi per la rilevanza politico-istituzionale che ha assunto nelle vicende del Paese, anche se a volte questo momento è oggetto di interpretazioni non sempre corrette sul piano storico perché inquinate da visioni ideologiche e particolaristiche.
Qualche decennio fa si confrontarono soprattutto due posizioni: quella dell’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e quella dello storico ed editorialista del "Corriere della Sera" Ernesto Galli della Loggia. Il primo sottolineò il ruolo patriottico dell'esercito italiano proprio a partire dall'8 settembre '43, il secondo coniò la famosa locuzione di “morte della patria” che ha rappresentato un caposaldo del “revisionismo storico”.
Lo sbarco in Sicilia degli Alleati nella notte tra il 9 e 10 luglio del '43 squadernò la crisi del regime agli occhi del mondo intero: l'Italia era il ventre molle dell'Asse e non aveva la forza di tenere lontano dal suo territorio il nemico. Mussolini e la sua ventennale dittatura erano giunti all'ultimo atto e di lì a poco (25 luglio) il fascismo sarebbe diventato storia passata. La fine del fascismo veniva comunicata agli italiani attraverso la radio, prima dal re e poi dallo stesso Badoglio, che assumeva il governo militare del paese con pieni poteri. Le parole di Badoglio non lasciavano adito a dubbi: «La guerra continua, l'Italia duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa delle sue millenarie tradizioni». La gioia popolare, grande e irrefrenabile, diede la cifra dello scollamento tra il regime e il popolo, anche se la tragedia per gli italiani non poteva dirsi conclusa.









