Non abbiamo mai prodotto tante parole, immagini, video, presentazioni, analisi e idee come stiamo cominciando a fare nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa. Il costo di produrre un contenuto sta precipitando e la quantità cresce a una velocità che toglie il fiato. Chiunque può chiedere a una macchina dieci varianti, cinquanta slogan, cento titoli, tre strategie, cinque scenari e riceverli in pochi secondi. All’apparenza stiamo entrando nella più grande esplosione di creatività della storia umana. Eppure proprio questa abbondanza potrebbe nascondere il suo esatto contrario, molto meno visibile e forse molto più importante. Potremmo generare miliardi di contenuti diversi servendoci di un numero sempre più ristretto di infrastrutture attraverso cui pensiamo. L’epoca della massima varietà apparente rischia di essere, per un paradosso beffardo, quella della più grande convergenza cognitiva.

Il punto non è che l’intelligenza artificiale dia sempre la stessa risposta. Non lo fa e lo farà sempre meno. Possiamo cambiare istruzioni, contesto, modelli, fonti e dati fino a ottenere esiti lontanissimi fra loro. La questione sta un piano più sotto: quali alternative vengono considerate plausibili? Che forma prende, di solito, una spiegazione? Quali argomenti sembrano naturali e quali restano ai margini? Come viene impostato un problema, prima ancora di essere risolto? La varietà dei risultati non coincide affatto con la varietà dei processi che li generano. È la differenza fra un menù lunghissimo e un’unica cucina dietro le quinte.