Fino al 2000 il Nepal dipendeva dalle importazioni di elettricità per soddisfare il suo fabbisogno interno, ma entro il 2024 aveva quasi raddoppiato la sua produzione di energia idroelettrica, passando da 6,1 terawattora (TWh) a 11 TWh. Poi ha iniziato a esportare l'elettricità in eccesso verso l'India, soprattutto durante la stagione delle piogge. Secondo la Nepal Electricity Authority, attualmente, in tutto il Paese ci sono 225 centrali idroelettriche con una capacità installata di oltre 3.900 MW, in grado di fornire energia contemporaneamente a circa tre milioni di famiglie. A maggio 2026, la capacità totale installata di produzione di energia elettrica del Nepal si aggirava intorno ai 4.200 megawatt (MW).Gli intricati sistemi fluviali che nascono dai ghiacciai himalayani producono oltre il 95% dell'elettricità del Nepal e centinaia di altri impianti simili sono in fase di costruzione o in programma, la maggior parte in alta montagna, dove si possono sfruttare le forti correnti dei fiumi per generare energia con impoanti che richiedono un sistema di accumulo minimo o nullo.Sul blog Energy Explained ospitato dalla School of International and Public Affairs della Columbia University (Columbia – SIPA), Vivek Shastry, ricercatore senior del Center on Global Energy Policy (CGEP), ricorda che «Il Nepal non è il solo Paese in questa situazione: dall'economia di esportazione del Bhutan, alimentata dai ghiacciai, alla corsa alla costruzione di dighe in Tagikistan e Kirghizistan, gran parte delle regioni periferiche montuose e ricche d'acqua del mondo sta incrementando la produzione di energia idroelettrica proprio sui fiumi che i cambiamenti climatici rendono meno prevedibili. Nessuno di questi Paesi può rinunciare a tale risorsa, ma quest'alluvione ci ricorda che saranno necessari degli aggiustamenti al modo in cui questi impianti vengono finanziati, costruiti e gestiti per mantenerli economicamente sostenibili».La recente catastrofica alluvione al confine tra Nepal e Cina ha danneggiato gravemente 12 centrali elettriche per una potenza totale di 431 MW, 406 MW dei quali da centrali idroelettriche. Inoltre, altri 15 progetti idroelettrici in costruzione, per un totale di 470 MW, hanno subito danni. Il 3 settembre Shastry ha scritto che «Alcuni di questi progetti erano appena rientrati in funzione dopo le riparazioni effettuate a seguito di precedenti alluvioni. E’ importante sottolineare che oltre 900 operai che lavoravano in queste centrali al momento dell'inizio dell'alluvione risultano ancora intrappolati (e anche in queste ore si trova ancora qualche sopravvissuto, ndr), con le entrate delle gallerie ricoperte di fango e detriti. Oltre alle centrali elettriche, diverse infrastrutture critiche di trasmissione e distribuzione sono state gravemente danneggiate o sommerse».Dopo la catastrofe, il Nepal ha proposto di colmare il suo attuale deficit di energia elettrica importandola dall’India, ma Katmandu ha aumentato le esportazioni di energia elettrica verso l'India durante i mesi estivi e monsonici e importa già energia elettrica dall'India a partire da ottobre e nei mesi invernali, quando la portata d'acqua dei fiumi diminuisce. Quest'anno, le autorità nepalesi hanno chiesto all’India di poter iniziare le importazioni in anticipo, per poter compensare il deficit, e New Delhi ha accolto la richiesta perché, avendo superato il picco di domanda estivo, il governo induista di destra indiano pensa di poter assorbire la riduzione delle importazioni di energia dal Nepal.Shastry avverte che «Sebbene questo evento potrebbe non innescare una crisi del debito sovrano, il Nepal si trova ad affrontare un crescente deficit fiscale a causa dell'aumento delle importazioni di energia elettrica e deve confrontarsi con il problema di come finanziare i costi della ricostruzione. Alcuni dei più grandi progetti idroelettrici sono frutto di partenariati pubblico-privati, come il progetto Upper Trishuli-1 (216 MW), attualmente in costruzione, finanziato con un pacchetto di prestiti di 453 milioni di dollari da parte dell'International Finance Corporation e di altri partner internazionali. Altri progetti si sono basati su finanziamenti interni, come il progetto Rasuwagadhi (111 MW), gravemente danneggiato, per il quale circa metà del finanziamento proveniva dal Fondo di previdenza dei dipendenti del Nepal. Sebbene le valutazioni dei danni siano ancora in corso e le stime divergano, le prime valutazioni suggeriscono che i costi totali della ricostruzione potrebbero oscillare tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, circa un decimo del PIL del Nepal. Le modalità con cui il governo finanzierà questa ricostruzione – tramite prestiti agevolati, sovvenzioni, indennizzi assicurativi o nuovi prestiti sovrani – avranno ripercussioni sul suo futuro equilibrio fiscale e sulla sua capacità di indebitamento per la prevista espansione delle infrastrutture».Le implicazioni a lungo termine sono ancora più complesse: il Nepal punta a espandere la sua produzione di elettricità, in gran parte idroelettrica, fino a 30.000 MW entro il 2035, sia per aumentare il consumo interno che per generare entrate con le esportazioni verso India e Bangladesh. Ma il rapporto “Investigating an Emerging Climate Hazard: Transboundary Glacial Floods on the China-Nepal Border” pubblicato dallo Stimson Center, metteva in guardia proprio dai rischi a cascata derivanti da un'inondazione causata dallo scioglimento di un lago glaciale (GLOF - glacial lake outburst flood). I cambiamenti climatici stanno causando una continua perdita di ghiaccio che provoca l'espansione dei laghi glaciali che minaccia milioni di persone in tutto il mondo, e la regione dell'Hindu Kush-Himalaya, che comprende India, Bhutan e Pakistan, è tra le aree più a rischio. Ad esempio, nel Sikkim, un piccolo Stato nord-orientale indiano incastonato tra Nepal, Cina e Bhutan, il 4 ottobre 2023 lo scioglimento di un lago glaciale del South Lhonak ha completamente distrutto la diga Sikkim Teesta III, la più grande centrale idroelettrica, da 1.200 MW, , causando la morte di circa 100 persone e rendendo l'impianto inutilizzabile per due anni.Shastry avverte su Energy Explained: «Resta da vedere se il Nepal sarà in grado di costruire una capacità idroelettrica da 6 a 8 volte superiore in questi bacini fluviali senza moltiplicare la sua esposizione a inondazioni catastrofiche. Sebbene sia ancora presto, si stanno già traendo insegnamenti dalle perdite e dai danni causati dalle recenti alluvioni in Nepal e da altre simili. Le centrali elettriche più vecchie, con cabine di trasformazione a livello del suolo e dissabbiatori esposti, hanno subito ingenti danni in Nepal. Mentre le centrali di nuova concezione, con strutture sotterranee, hanno resistito decisamente meglio, il blocco degli ingressi delle gallerie, come già accennato, ha lasciato centinaia di operai intrappolati sottoterra. I calcoli di progettazione per le inondazioni della diga Sikkim Teesta III non hanno mai modellato il rischio di GLOF, ma solo le precipitazioni storiche. L'introduzione di scenari specifici per le GLOF nelle valutazioni ambientali e di sicurezza potrebbe contribuire a evitare o ridurre i danni derivanti da eventi futuri. Ancora più importante, i protocolli di evacuazione dei lavoratori e il monitoraggio in tempo reale all'interno delle gallerie attive meritano la stessa attenzione normativa riservata al cemento e alle turbine in superficie. Aumentare la capacità di trasmissione transfrontaliera, oltre a quella necessaria per gli scambi stagionali, potrebbe consentire all'India di assorbire picchi di domanda più elevati dal Nepal durante emergenze come questa, e viceversa. Tuttavia, una tale capacità aggiuntiva richiede costi iniziali che devono essere valutati in relazione alla resilienza che garantisce».Per Shastry «Questo evento servirà anche a verificare come i fondi per le perdite e i danni – progettati per finanziare gli sforzi di ripresa da perdite legate al clima come questa – possano fornire tali risorse nei tempi e nella misura necessari ai paesi per la ricostruzione. Per dare un contesto, il bando iniziale del Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD) del novembre 2025 ha ricevuto candidature da 119 Paesi con richieste totali di 2,8 miliardi di dollari, a fronte di uno stanziamento di 250 milioni di dollari».Manjeet Dhakal, della delegazione nepalese alla Conferenza delle parti dell’United Nations Framework Convention on Climate Change (Unfccc), concorda: «Questo disastro dimostra che i rischi climatici sono internazionali e non possono essere gestiti dal Nepal da solo».Anche se gli scienziati dicono che è troppo presto per stabilire collegamenti certi tra la recente tragedia al confine tra Cina e Nepal e i cambiamenti climatici, la Disaster Risk Reduction and Management Authority del Nepal aveva precedentemente dichiarato che «Oltre 9 eventi catastrofici su 10 registrati tra il 2018 e il 2024 erano correlati al clima».Secondo il rapporto “Security, Affordability, and Sustainiability in Nepal’s Electricity Mix”, pubblicato dal Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ), il potenziale tecnico per la produzione di energia solare in Nepal è circa 10 volte superiore a quello dell'energia idroelettrica.Puspa Sharma, ricercatrice senior dell’Institute of South Asian Studies della National University of Singapore, concorda sul fatto che il Nepal debba diversificare le sue fonti energetiche ma, citando diversi studi che confrontano il potenziale delle energie rinnovabili nella regione, ha detto al World Service BBC che «Questo può essere fatto solo in misura limitata. Sebbene vi sia un potenziale inespresso nell'energia eolica e solare, è l'energia idroelettrica a conferire al Nepal un enorme vantaggio competitivo rispetto ai suoi vicini dell'Asia meridionale».Ma, sempre su BBC World, Kushal Gurung, esperto di energie rinnovabili e fondatore di WindPower Nepal, ribatte che «In questi tempi pericolosi non dovremmo mettere tutte le uova nello stesso paniere. Dobbiamo prendere seriamente in considerazione anche altre alternative, come l'energia solare ed eolica. E per farlo dovremo rivedere la nostra politica energetica, che al momento è molto favorevole all'energia idroelettrica».Ma l'energia idroelettrica continua a dominare i grandi investimenti energetici in Nepal e gli ambientalisti denunciano che i finanziamenti sono proseguiti nonostante i rischi di disastri naturali fossero noti. Il progetto Upper Trishuli-1, quasi completamente distrutto dall’ultimo disastro mortale, era uno dei maggiori investimenti diretti esteri in Nepal, con un valore di circa 647 milioni di dollari. Tra i suoi finanziatori figuravano la Banca Asiatica di Sviluppo e l'International Finance Corporation. Il progetto Upper Trishuli 3A, anch'esso gravemente colpito, è stato finanziato dalla Export-Import Bank cinese.Himanshu Thakkar, coordinatore del South Asia Network on Dams, Rivers & People, denuncia che «Gli istituti di credito internazionali erano perfettamente consapevoli dell'estremo pericolo a cui stavano esponendo migliaia di lavoratori, funzionari, residenti, fiumi, infrastrutture e territori. I loro stessi rapporti lo avevano ripetutamente evidenziato. Ma non hanno adottato alcuna misura preventiva, non hanno richiesto controlli e contrappesi rigorosi, né erano preparati per una calamità che sapevano potesse verificarsi».Shastry conclude: «La dipendenza quasi totale del Nepal dai fiumi alimentati dai ghiacciai concentra il rischio in un modo che pochi altri sistemi di produzione di energia elettrica riescono a fare. Questa alluvione ci ricorda che la diversificazione dell'approvvigionamento energetico, ad esempio attraverso un significativo incremento della produzione di energia eolica e solare, è una strategia di resilienza che può limitare in futuro i guasti, sia singoli che interconnessi, del sistema elettrico».