Non più aiuti ma risarcimenti: il governo di Kathmandu cambia passo dopo l’alluvione che a fine agosto ha travolto il Paese. La fase di emergenza si è conclusa e ora si cominciano a fare i conti. Il metro che il Nepal vuole utilizzare non è più quello delle donazioni emotive ma del calcolo economico. Nel disastro che ha colpito il Paese la crisi climatica ha un ruolo: ha indebolito i ghiacciai, ha aumentato i processi di erosione che portano al collasso interi versanti montani, ha reso fragile il permafrost, la roccia ghiacciata che fa da collante nelle alte quote. La responsabilità della crisi è collettiva, ma non è divisa in parti uguali: chi ha inquinato di più ha più responsabilità. E il Nepal, colpito duramente, non è certo tra i maggiori inquinatori né in assoluto né pro capite.

Dunque chi pagherà i danni prodotti dal collasso di una grande lingua di ghiaccio? Il ministro degli esteri Shisir Khanal lo ha detto senza giri di parole: a pagare devono essere le economie più grandi e più inquinanti, quelle con un grande debito storico con l’atmosfera. È, ha ribadito, una questione di responsabilità morale, non di carità.

A motivare la durezza del linguaggio è la dimensione del disastro. Il crollo parziale di un ghiacciaio ha innescato una frana e poi una piena che ha attraversato il Tibet controllato dalla Cina e il Nepal. Un’onda alta fino a 20 metri - formata da acqua, fango e detriti - si è mossa a quasi 180 chilometri orari cancellando villaggi, strade, centrali elettriche. Il bilancio provvisorio parla di oltre 1.300 morti accertati e più di 5.500 dispersi. I danni superano i 5 miliardi di dollari, con più di 20 mila abitazioni e l’autostrada principale da ricostruire.