di Samanta Di Persio*
Un cittadino italiano che si reca in un pronto soccorso difficilmente vi trascorre meno di mezza giornata. Talvolta ne esce senza aver ricevuto nemmeno una diagnosi corretta, ma questo è un altro problema. Se necessita di un ricovero e ha la fortuna dalla sua, trova aree dedicate ai pazienti in attesa di essere trasferiti nei reparti oppure spazi di Osservazione Breve Intensiva; altrimenti, gli resta un lettino in corridoio, nella speranza di non essere dimenticato da Dio e dagli uomini.
C’è poi chi rinuncia alle cure, sopraffatto dallo sconforto provocato dall’attesa e da un trattamento che talvolta sfiora i limiti della dignità umana in una struttura pubblica. A meno che non abbia un “medico in paradiso” a cui raccomandarsi, circostanza che, a giudicare da chi riesce a passare avanti pur essendo appena arrivato, sembra verificarsi con una certa frequenza.
Il Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes mette in luce un aumento delle rinunce alla prevenzione e alle prestazioni sanitarie da parte dei cittadini e, conseguentemente, una crescita dei divari territoriali e sociali. Nel 2024 il 9,9% della popolazione (circa 5,8 milioni di persone) ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici. Le principali cause sono le liste d’attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%).









