Milano, settembre del 364 d.C. Ai confini dell’Impero premono le popolazioni germaniche, mentre Roma, ancora immensa, comincia a mostrare le prime crepe di una crisi che non è soltanto militare o politica. Anche il corpo dell’imperatore Valentiniano sembra portarne il peso: è malato, tormentato dalla febbre e dagli incubi, come se nella sua sofferenza fisica si riflettesse l’inquietudine di un mondo che avverte, forse senza ancora saperlo, di essere giunto a una soglia. Un ordine secolare vacilla e con esso sembrano dileguarsi gli dèi che lo hanno abitato. Accanto al letto dell’imperatore c’è Baubò: «Sei molto stanco, Signore. Hai bisogno di una storia». La vecchia greca, giunta alla corte imperiale, conosce le erbe e i rimedi, ma viene da un mondo in cui anche la parola può curare, salvare. È in quel margine della Storia occupato da un fatto minuto, uno di quelli che la grande narrazione spesso trascura, che Francesca Sensini comincia a costruire Così ride Demetra (Hopefulmonster) utilizzando quella vicenda per riportare sulla scena un intero universo culturale e religioso, aprendo una porta sul mondo degli dèi.

Il cristianesimo aveva vinto: era penetrato nel cuore della romanitas, persuaso di poter relegare le divinità pagane a un passato ormai privo di autorità, mentre la loro presenza e il potere che rappresentano sono tutt’altro che dissolti: continuavano a vivere nei mosaici, nelle statue, nelle immagini e, soprattutto, tenacemente nella memoria, nelle paure, speranze di chi non aveva smesso di avvertirne l’influenza, di invocarne la protezione o di temerne l’ira: Valentiniano crede in Cristo, ma teme ancora gli dèi: nel suo animo convivono due ordini simbolici e una schiava greca è lì per ricordarglielo.