Ma tu, alla fine, quando torni? È una domanda che facciamo spesso a chi vive fuori dall'Italia. A un amico, a un figlio, a un ex compagno di università. E quasi sempre la facciamo dando per scontato che prima o poi tornerà, semplicemente perché nella nostra testa pensiamo: vai fuori, fai esperienza, migliori la lingua, trovi magari un lavoro che qui non avresti trovato. Poi però torni a casa. Intanto, gli anni passano e quel ragazzo trova un altro lavoro, prende una casa, conosce qualcuno e mette su famiglia. E quella che noi continuiamo a chiamare “esperienza all'estero” è diventata, molto semplicemente, la sua vita.
Un fenomeno, quello dei cervelli in fuga, che mi è tornato in mente leggendo gli ultimi dati Istat: alla fine del 2025, gli italiani che vivevano abitualmente all'estero erano 6 milioni e 604 mila, 183 mila in più rispetto all'inizio dell'anno. Nel corso del 2025 sono espatriati 109 mila cittadini italiani e ne sono rientrati circa 56 mila. Ovviamente, non possiamo mettere 6,6 milioni di persone dentro la solita definizione dei “cervelli in fuga”. Quel numero comprende storie, generazioni e situazioni completamente diverse. Però, c'è un dato che mi ha colpito più degli altri, l’età di chi parte. I dati dicono che i giovani in uscita dall’Italia, nel 2025, hanno 34 anni e più di un terzo degli espatriati ha tra i 25 e i 34 anni. Cioè, proprio l'età in cui dovresti cominciare a capire dove vuoi stare, trovare un lavoro che non sia l'ennesima soluzione temporanea, pensare a una casa e, se lo desideri, a una famiglia. E molti decidono di farlo altrove.













