Ci sono due cose insopportabili nel cinema statunitense “indie” contemporaneo. La prima è la recitazione continuamente sopra le righe di Robert Pattinson, oramai abbonato a questi esasperati ruoli da fesso (The drama, Mickey 17). La seconda sono le farsacce slabbrate, più moralistiche dei moralisti criticati, sul costume sociale americano. Nel caso di “Prime time” – Concorso tiratissimo e regalato a Venezia 83 – si tratta dell’ambito televisivo. Ed è come se Peter Weir, con quel monumento del Truman show, sul mezzo tv non ci avesse insegnato nulla. Prime time è la fascia serale di maggiore ascolto della NBC che si conquista Chris Hansen (lo sbraitante sfatto Pattinson, appunto, con le mèches anche se il vero Hansen è biondo) con il programma di culto “To catch a predator”. Un po’ come se in Italia facessimo un film su Le Iene di Italia1.
Il programma di Hansen andato in onda con un successo sempre crescente di pubblico dal 2004 al 2007 fu un arrembante reality dove, grazie a decine di telecamere nascoste, venivano catturati i momenti in cui alcuni uomini adulti si recavano in un appartamento adibito a trappola per avere rapporti sessuali con un minorenne dopo averlo adescato nelle chat online. Così mentre la finta esca adulta/ragazzina usciva di scena con il predatore sereno seduto in cucina, ecco prima sbucare Hansen a fargli la morale, poi la polizia ad arrestarlo.











