Ravenna, 6 settembre 2026 – L’amore per l’Emilia-Romagna è un amore che parte da lontano, perché non è solamente Rimini o la Romagna. È fatto anche di posti che non c’entrano con le vacanze, e di anni diversi da quelli dell’infanzia al mare. Rimini aveva il Grand Hotel, le estati lunghe. Ravenna, invece, è arrivata dopo, con il liceo scientifico: una gita di classe sulla tomba di Dante.

C’erano fratel Gabriele Mossi, il nostro professore di storia e filosofia, e c’era anche mia madre. Ravenna mi colpì e mi colpisce ancora adesso, se ci ripenso. La tomba di Dante ha una maestosità che non ti aspetti, seria, quasi silenziosa. Le sta accanto una grande quercia, fatta piantare all’inizio del Novecento da Giosuè Carducci, e ancora oggi, ogni giorno, davanti a quel sepolcro qualcuno legge ad alta voce un canto della Commedia: una lettura perpetua che va avanti da anni, senza interrompersi mai.

Io questo, da ragazzo, non lo sapevo. L’ho scoperto dopo. Ma mi piace pensare che quella voce, già allora, stesse leggendo, e che io le sia passato accanto senza saperlo.

Poi, diciamolo, non era solo la tomba a colpirmi, a quell’età. Era la libertà di stare in giro con i compagni di classe, lontano da scuola, lontano dai soliti sguardi. Ricordo l’accoglienza dell’albergo, l’entusiasmo un po’ stupido che si ha a sedici anni per le cose semplici, come per una città così aperta ai visitatori. E ricordo la piadina, che allora era quasi un rito di passaggio: mangiarla lì, in gita, con gli amici, voleva dire essere già un po’ romagnoli anche noi.