La Calabria non ha bisogno di inventare attrazioni. Le possiede già, spesso sotto i piedi. Ha Sibari, una delle città più potenti e ricche della Magna Grecia. Ha Locri Epizefiri, con i suoi santuari, le mura e il teatro. Ha Kaulon, dove mosaici di draghi e delfini riemergono davanti al mare. Ha Capo Colonna, con l’ultima colonna del tempio di Hera Lacinia ancora in piedi contro il vento. E poi ci sono il Naniglio di Gioiosa Jonica, la villa romana di Casignana, Scolacium, Hipponion, Medma, Laos, Blanda e decine di aree meno conosciute. Un patrimonio che in Grecia sarebbe probabilmente inserito in itinerari internazionali, collegato agli aeroporti, raccontato in più lingue e trasformato in un’esperienza capace di occupare un’intera settimana di viaggio. In Calabria, invece, il turista deve spesso comportarsi come un archeologo: cercare gli orari, verificare se siano aggiornati, capire come raggiungere il sito, scoprire se esista una visita guidata e sperare che ciò che trova su internet corrisponda alla realtà. Il problema non è la mancanza di storia. È la difficoltà di trasformare quella storia in un sistema.
Sibari, tre città sepolte nello stesso luogo
Sibari non è soltanto un sito archeologico. È una delle grandi storie del Mediterraneo. Fondata dagli Achei nel VII secolo avanti Cristo, divenne una delle colonie più ricche e potenti della Magna Grecia. La sua prosperità entrò persino nel linguaggio comune: ancora oggi la parola “sibarita” indica una persona amante del lusso e dei piaceri. La particolarità dell’area archeologica sta nella sovrapposizione di tre città costruite nello stesso luogo: Sybaris, Thurii e la romana Copia. Secoli di storia uno sopra l’altro, nascosti nella piana attraversata dal Crati.







