di Luca Nascimbene

Nel costante cantiere aperto del centrosinistra si fatica ormai a distinguere le proposte reali dalla solita tattica da ceto politico. Tra perimetri di coalizione da ridisegnare, vertici per il campo largo ed ex leader dell’universo centrista sempre pronti a dispensare consigli su come “allargare al centro”, assistiamo al consueto spettacolo: la ricerca del nome terzo capace di risolvere magicamente l’assenza di un progetto.

Il dibattito emerso attorno all’ipotesi di una candidatura di Silvia Salis — o di altre figure “tecniche”, “civiche” e di rottura — per la guida della coalizione progressista segue uno schema ampiamente visto. Da un lato c’è l’establishment di partito che osserva le primarie come uno strumento per riassestare i propri equilibri interni; dall’altro ci sono i soliti strateghi riformisti, pronti a lanciare candidati moderati per neutralizzare qualsiasi svolta a sinistra o programmi troppo sgraditi ai soliti poteri industriali e finanziari.

Il problema non è lo strumento in sé. Le primarie sono nate come momento di partecipazione popolare e democratica. Il vero problema è l’uso strumentale che se ne fa quando si scambia il contenitore con il contenuto. Si continua a rincorrere il profilo “spendibile” mediaticamente o gradito alle cancellerie europee, ignorando sistematicamente le priorità sociali ed economiche di quella metà di Paese che ha smesso di andare alle urne.