Da anni ci raccontiamo che dobbiamo salvare il pianeta, decarbonizzare, ridurre i combustibili fossili, abbattere le emissioni, rendere l’economia sostenibile. Poi, contemporaneamente, combattiamo guerre che consumano quantità gigantesche di energia, distruggono infrastrutture, incendiano territori e richiedono, una volta terminati i combattimenti, enormi quantità di cemento, acciaio, carburante ed elettricità per ricostruire ciò che abbiamo appena distrutto. Il tutto in nome della democrazia (modello occidentale ovviamente).
E non finisce qui. Abbiamo deciso di decurtare drasticamente la nostra dipendenza energetica dalla Russia. Una scelta geopolitica che ci dicono sia per difendere la democrazia e mettere in ginocchio il suo “nemico”. Ma il gas russo non è evaporato perché abbiamo deciso di non comprarlo più noi, ha semplicemente cambiato indirizzo. Impatto sulle finanze russe? Irrilevante. Noi però quel gas lo abbiamo sostituito con il metano liquido, e cioè gas che viene estratto con il fracking, liquefatto, caricato sulle navi, trasportato per migliaia di chilometri, rigassificato e infine immesso nelle nostre reti.
È la fisica che si prende gioco della geopolitica. Una molecola di gas non diventa più ecologica perché arriva da un Paese amico.






