Nel mondo ci sono attualmente 32 guerre attive – come censito d’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo 2026 (edito da Terra Nuova) – che portano con sé morte e distruzione, prima di tutto, ma anche una grande quantità di emissioni di gas serra che vanno a rendere ancora più «pesante» la crisi climatica in corso. A quantificarle, almeno per quelle in Ucraina, nella Striscia di Gaza e a breve anche per l’Iran, ci ha pensato Lennard de Klerk, ricercatore indipendente olandese, assieme a un gruppo internazionale di esperti fondando nel 2022 l’Initiative on GHG Accounting of War con sede a Kiev (Ucraina). Lennard de Klerk da qualche tempo vive a Padova dove continua il suo lavoro di ricercatore indipendente e dove l’abbiamo raggiunto per farci raccontare i suoi studi con le relative ricadute sul futuro del nostro pianeta.
De Klerk, cosa si prende in considerazione per valutare l’impatto di un conflitto armato sui cambiamenti climatici?
Vi è un impatto diretto di una guerra sul clima determinato dalla quantità di emissioni di anidride carbonica e di altri gas serra (GHG) causate dal conflitto stesso. Mi spiego meglio. Le forze armate di entrambe le parti in guerra consumano enormi quantità di gasolio e benzina per i caccia e i carri armati, l’artiglieria provoca incendi nelle foreste e la ricostruzione postbellica richiederà grandi quantità di cemento e acciaio, entrambi materiali da costruzione ad alta intensità di carbonio. Vi sono poi degli impatti indiretti, come per esempio la chiusura dello spazio aereo che costringe le compagnie aeree a deviare le rotte con un conseguente aumento del consumo di carburante e, quindi, delle emissioni.






