Gentile de Giovanni, sono un’ex insegnante elementare in pensione da dieci anni, dopo averne trascorsi ben 43 dietro la cattedra. Ho vissuto sulla mia pelle i mutamenti dei nostri ragazzi e oggi, di fronte al dramma continuo delle morti sul lavoro, sento il dovere di esprimere una riflessione che viene da lontano. Almeno negli ultimi dieci anni del mio servizio ho previsto quello che purtroppo si sta avverando: un aumento degli infortuni dovuto anche a una fragilità delle nuove generazioni nella percezione del rischio. Nella mia lunga esperienza ho visto crescere bambini sempre più distratti, incapaci a volte di stare in fila o di attraversare la strada in sicurezza pur in presenza di due insegnanti. Bambini che giocavano senza mai chiedersi se quel gioco fosse pericoloso, costringendo noi docenti a una sorveglianza disperata durante l’intervallo. E non parlo di alunni con disabilità, ma dei loro compagni. Oggi si insegue il mito del bambino “sveglio”, a cui non si nega nessuna esperienza e che viene spinto a fare tutto, senza però parlargli dei rischi. La mia generazione aveva genitori e insegnanti che ci mettevano davanti ai pericoli del mondo, forse a volte persino troppo. Oggi capita il contrario. La sicurezza sul lavoro non è solo una questione di leggi o di datori di lavoro disonesti, ma una responsabilità che si costruisce a monte, partendo dalle famiglie e dalla scuola. Manca una vera educazione al limite, manca l’umiltà di fermarsi, manca il tempo dedicato a educare davvero e, soprattutto, manca l’adesione alla realtà delle cose. Se non insegniamo ai bambini il valore del limite e l’attenzione al contesto reale fin da piccoli, non potremo pretendere di avere domani dei lavoratori attenti e consapevoli. Ma questo, oggi, nessuno sembra avere il coraggio di dirlo. Luciana Charrier La risposta di de Giovanni Carissima Luciana, il punto di vista che lei propone è molto interessante. Le morti sul lavoro sono una piaga atroce, forse la più grave sulla nostra fragile epidermide sociale: pensi che nei primi sei mesi di questo torrido 2026 sono state 482, quasi tre al giorno. Gente che aveva cominciato la giornata pensando ai nostri stessi problemi e alle nostre stesse piccole felicità, e che non è più tornata a casa. Senza delinquere, senza aver fatto niente di male. Senza volersi prendere rischi, ma avendo davanti solo un qualsiasi giorno di lavoro. In realtà non avremmo il diritto di lamentarci di questo, perché nel giugno del 2025 abbiamo avuto l’occasione di abrogare il testo dell’attuale legge per farne una nuova, che potesse allargare la responsabilità delle carenze di sicurezza anche ai committenti principali, che adesso invece con i subappalti concessi senza sorveglianza possono tranquillamente fregarsene dei poveri operai e della loro sorte; ma abbiamo preferito andare al mare, e il referendum è andato nel dimenticatoio (a voler essere gentili), come tanti altri. Ha ragione, il pericolo non si insegna più ed è grave. Ancora più grave è che si insegnino invece la violenza e l’insicurezza, la leggerezza e la superficialità. Non da parte della scuola che spesso fa il proprio meglio come sempre, certo: ma appare evidente a tutti che sia in atto lo spostamento delle fonti per i ragazzi. Sempre meno scuola, famiglia, oratori e sezioni di partito (al limite), sempre più misteriosi display e la loro imperscrutabile luminescenza di notte, occhi di adolescenti e a volte bambini che divorano e assorbono nel colpevole disinteresse di noi adulti, che impieghiamo invece quel tempo di libertà dal dialogo coi figli per farci gli affari nostri. Ecco, è questa la riflessione che mi viene ragionando sulla sua lettera, Luciana: chi insegna che, oggi? Chi è che ha interesse a catturare l’attenzione dei giovani, se non chi, in qualche maniera, vuole semplicemente farne dei clienti? E soprattutto, che cosa è disposto a fare per ottenere quell’attenzione? La proposta di contenuti dev’essere veloce, violenta, breve, priva di approfondimenti: altrimenti annoia, altrimenti perde l’utente. Tutto il contrario di Esopo; tutto il contrario di Rodari; tutto il contrario di Guareschi. Ma noi andiamo al mare, invece di andare a votare. E guardiamo i nostri fragili miti ballare con le stelle. Mentre i ragazzi bevono veleno dai cellulari.
De Giovanni: “Nessuno insegna più cosa sia il pericolo e i giovani ignorano l’importanza dei limiti”
Le morti sul lavoro sono una piaga sociale, anche le famiglie e le scuole educhino al rischio








