Il 4 settembre 2026 Giorgia Meloni ha trionfalmente festeggiato a Bari il traguardo dei 1.413 giorni consecutivi come presidente del Consiglio, proprio mentre, a pochi chilometri di distanza, a Taranto, partivano 2.500 lettere di licenziamento. Il governo Meloni è il più longevo nella storia della Repubblica Italiana, indubbiamente, ma Giorgia ha festeggiato da sola, lasciando nell'ombra Matteo Salvini e Antonio Tajani, i due vicepresidenti.

Il governo giustamente se ne può fare vanto di questo risultato, ma c'è da chiedersi se a questo primato aritmetico corrisponda un miglioramento del Paese e dei cittadini, ovvero se il record temporale non sia in realtà un'aggravante rispetto ad una azione di governo prolungatamente inefficace. Infatti, la longevità del governo è un fatto in sé irrilevante, se slegato dall'efficacia dell'azione di governo. A fronte di quasi quattro anni di continuità aritmetica, i nodi del Paese – tuttavia, dalla crisi strutturale della sanità pubblica alla stagnazione salariale, passando per il vulnus alla solidarietà nazionale costituito dalla voragine della evasione fiscale, fino allo spopolamento del Mezzogiorno – restano questioni aperte e sempre più laceranti il tessuto sociale ed economico. Ma il paradosso più profondo risiede nel prezzo che il sistema democratico sta pagando per garantire questo falso valore della stabilità, ovvero il progressivo svuotamento della rappresentatività, valore costituzionalmente protetto.