Domani Giorgia Meloni festeggerà con una iniziativa pubblica a Bari - organizzata da Fratelli d’Italia, Salvini e Tajani pare saranno solo collegati - il record di durata del suo governo, il primo di una donna e più longevo della storia repubblicana. Meloni ha giurato nelle mani di Sergio Mattarella il 22 ottobre del 2022, e dunque sabato avrà battuto Silvio Berlusconi, che nella seconda delle sue quattro esperienze da premier restò a Palazzo Chigi fra l’11 giugno 2001 e il 23 aprile 2005: 1412 giorni in tutto, 3 anni, 10 mesi e 12 giorni. Abbiamo analizzato i risultati di questi (quasi) quattro anni settore per settore. AFFARI ESTERI Dalla linea atlantista in difesa di Kiev alla frattura con Trump sulla guerra all’Iran Quando il 3 novembre 2022 Giorgia Meloni atterra a Bruxelles per il suo debutto in trasferta da premier, l’accolgono l’entusiasmo dei Paesi più euroscettici, Ungheria in testa, e la preoccupazione degli altri per il potenziamento dell’asse sovranista. Passano pochi giorni e il primo frontale con la Francia di Macron sulla gestione dei migranti, da Parigi definita “inaccettabile”, anticipa una navigazione difficile. Invece meno di un anno dopo, l’incontro con Joe Biden sigilla una relazione politica che, con una virata niente affatto scontata per gli eredi dell’anti-americanismo della destra di Colle Oppio, fa dell’alleanza atlantica il perno della politica estera. Paradossalmente, gli Stati Uniti democratici avvicinano all’Europa la temuta leader populista italiana, abilmente oscillante tra l’accettare il vincolo esterno fin dove necessario, come nella tenuta dei conti, e stressare quello identitario fin dove possibile (l’italianità vs i migranti). Così, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Roma si conferma atlanticamente al fianco di Kiev con un impegno militare che mantiene, seppure, con cautela crescente, lo chiami adesso “aiuto” per non agitare i putiniani di lotta e di governo. Poi, a fine 2024, l’equilibrio crolla: Donald Trump torna alla Casa Bianca e la convergenza ideologica muta in richiamo della foresta. Convinta di un rapporto personale con il presidente MAGA che per ringraziarla di averlo candidato al Nobel per la Pace non le sconterà mezzo dei dazi capestro imposti all’Ue, Meloni non critica il tycoon neppure quando il sostegno cieco a Israele e gli appetiti sulla ricostruzione di Gaza aprono un vulnus trasversale in Italia, neppure di fronte all’assalto al Venezuela, neppure quando lui, offeso per il no alle basi italiane nella guerra contro l’Iran, ne irride l’ambizione a una foto insieme. È la Meloni del sostegno elettorale a Viktor Orban, dello scudo al diritto di veto, della sfida al socialista Pedro Sanchez che pure, a bordo della medesima fragile barca europea, l’aveva difesa contro il bullismo di Trump. «È finita la pacchia» ripeteva la futura premier, avvisando Bruxelles che, se eletta, avrebbe anteposto gli interessi nazionali a quelli Ue. Quattro anni dopo, nello tsunami dell’ordine liberal-democratico, la “pacchia” si è rivelata una scialuppa di salvataggio anche per l’Italia di Meloni. di Francesca Paci POLITICA ECONOMICA Addio ai bonus e al reddito di cittadinanza. Conti in ordine, ma costi dell’energia alle stelle Giorgia Meloni realizzerà il record di durata a Palazzo Chigi dal Dopoguerra, è perché aveva chiaro chi sarebbero stati i suoi migliori alleati: gli acquirenti del debito pubblico. Per riassumere in poche righe quattro anni di governo dell’economia, occorre partire da qui, e dalla cerimonia del campanello con l’ultimo predecessore Mario Draghi. Allora l’economia italiana godeva ancora della spinta post-pandemica, e di sostegni in deficit senza precedenti nella storia recente. Le uniche due riforme rilevanti del governo Meloni - piacciano o meno - sono servite a smantellare due costosissime misure volute dai due governi Conte, prima e dopo la pandemia: il reddito di cittadinanza e i superbonus edilizi. Senza di esse, i risultati ottenuti nel contenimento della spesa non sarebbero stati raggiunti. L’Italia è a un passo dal fatidico tre per cento imposto dalle regole europee, e le agenzie di rating glielo hanno riconosciuto: non è banale per chi deve pagare un mutuo, o ha bisogno di prestiti per investire. Meloni può rivendicare una forbice coi titoli tedeschi in sostanziale calo da tre anni, purché non si dimentichi che nel frattempo il governo di Berlino ha iniziato a spendere come non accadeva dal Dopoguerra e i rendimenti dei Bund sono saliti come non accadeva dall’ultima crisi finanziaria europea del 2011. In questi anni l’occupazione è andata molto bene, salvo dover constatare che i salari sono continuati a salire meno dell’inflazione. In questi quattro anni l’Italia è cresciuta, ma sempre troppo poco: da tre anni l’aumento del Pil su base trimestrale oscilla fra -0,2 per cento e +0,3. Si dirà: Germania e Francia non hanno fatto molto meglio, la Spagna invece sì, a un ritmo quadruplo del nostro. Meloni ha dalla sua due attenuanti e una colpa. Le attenuanti: le conseguenze delle guerre in Ucraina e a Hormuz, due sciagure per un Paese (che era e rimane) dipendente dall’importazione di gas, e con le bollette energetiche (che erano e rimangono) fra le più alte d’Europa. La colpa: non aver saputo sfruttare fino in fondo l’occasione del Recovery Plan per risolvere anzitutto quest’ultimo problema, uno dei peggiori gap competitivi dell’industria italiana. E resta una domanda di fondo: che sarebbe accaduto in questi quattro anni senza la più massiccia iniezione di soldi pubblici dalla fine della seconda guerra mondiale? di Alessandro Barbera SICUREZZA E MIGRANTI Centro rimpatri in Albania e reati in diminuzione. Una raffica di modifiche al Codice penale Se ci sono due argomenti su cui la destra ha puntato tutte le sue fiches in campagna elettorale, sono sicurezza e migranti. «Microcriminalità, spaccio, baby gang: girare nelle nostre città sta diventando un’impresa ogni giorno più ardua», lamentava alla vigilia del voto Giorgia Meloni, incolpando la sinistra di menefreghismo da radical chic. Non parliamo della gestione delle frontiere, dove nell’alleanza di destra ci si superava l’uno con l’altro: Salvini era a processo per aver chiuso i porti. E Meloni rilanciava col blocco navale, con buona pace di chi faceva notare l’impraticabilità della proposta. Non a caso, il primo provvedimento del governo è stato contro i rave party, nuova fattispecie di reato e pene fino a 6 anni, non esattamente la soluzione di un’emergenza nazionale ma un intervento utile a promettere a costo zero un cambio di passo su regole e legalità. Da lì in poi, è stato un florilegio di nuovi reati e decreti sicurezza, solitamente spuntati all’indomani di un fatto di cronaca: dall’omicidio nautico al blocco stradale fino alla cattura dell’orso marsicano, Pagella politica ha contato quasi cento modifiche al Codice penale tra novità e fattispecie ampliate. E altre sono in lista d’attesa: tipo la proposta leghista sulla legittima difesa trasformata in liberi tutti. Una smania repressiva tradotta in norme talvolta inutili e talaltra poco efficaci, ma che importa, ciò che conta è far passare ai cittadini che con noi non si scherza. Come è stato fatto coi migranti e i famosi centri in Albania, annunciati con la fanfara come l’uovo di Colombo e rivendicati come modello di hub fuori dai confini, con la soddisfazione di vederli sposati anche dall’Europa. Solo che, quando Meloni prometteva che «fun-zio-ne-ran-no» pensava che sarebbero riusciti a processare fino a 36mila domande d’asilo l’anno: arenati contro leggi e diritto europeo, sono diventati costosi Cpr che hanno ospitato qualche centinaia di persone. Panpenalismo e faccia feroce è la ricetta applicata dalla destra, che come in un labirinto rischia anche di intrappolarla. Potrebbero provare a rivendicare che gli sbarchi sono calati, o che i numeri del Viminale parlano di un calo generalizzato dei reati, ma come fare poi in campagna elettorale a cavalcare la paura e proporsi come i paladini della sicurezza contro il lassismo della sinistra? di Francesca Schianchi GIUSTIZIA Meno intercettazioni e stop all’abuso d’ufficio. Però fallisce la riforma della magistratura Il governo fallisce sulla riforma della magistratura ordinaria, quella più ambiziosa, che voleva la separazione delle carriere e il doppio Consiglio superiore della magistratura. Riesce, invece, a portare alle battute finali la riforma della magistratura contabile. Resta in corso il dibattito, interno alla maggioranza, sulla questione delle intercettazioni. Quattro anni dopo l’insediamento, la giustizia rimane uno dei temi principali per il governo Meloni. Il bilancio, però, è costellato di annunci, strette e sconfitte. La partita più importante è stata quella della riforma costituzionale della giustizia, presentata dal centrodestra come una battaglia «di democrazia, per una magistratura più autonoma e meritocratica». Simbolo del mandato del governo, Meloni era scesa in campo in prima persona con un video sui social: «Vi spiego perché votare Sì al referendum». Riforma bocciata: alle urne ha prevalso il No con il 53,74% dei voti. Via libera, invece, alla riforma della Corte dei Conti. Lo scorso 5 agosto, nonostante i numerosi appelli delle toghe, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che rivoluziona poteri e organizzazione della magistratura contabile. Tra i punti centrali, e più controversi, c’è la seguente norma: i giudici contabili non possono esigere, come risarcimento del danno dal funzionario che ha sprecato denaro pubblico, più del 30%. Per le toghe, la riforma è un «attacco all’indipendenza dei magistrati che svolgono indagini su sperperi e malaffare». Prima dell’estate, sul tema giustizia, il lungo braccio di ferro, tutto interno alla maggioranza, tra Forza Italia decisa a portare avanti alcune battaglie storiche e a segnare un “cambio di passo” e Fratelli d’Italia pronta a frenare gran parte delle proposte. Al centro della querelle la questione intercettazioni e prescrizione. Tutti temi ancora in discussione. Nel 2024, invece, la Camera dei deputati approva in via definitiva il disegno di legge del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che, tra le altre cose, dispone l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio, modifiche al sistema delle intercettazioni (con la tutela stretta dei terzi non indagati), l’interrogatorio da parte del pm prima di un arresto. Sullo sfondo, in questi anni, resta lo scontro aspro tra governo e toghe caratterizzato da attacchi e critiche senza confini. di Irene Famà UNIVERSITA’ Arrivati a 63 mila i posti letto negli studentati. Si allarga l’accesso al test di Medicina Il dato è arrivato ieri: 63.200 posti letto attivati attraverso il Piano Housing del ministero Università e Ricerca, superando l’obiettivo di 60mila posti previsto dal Pnrr. «Abbiamo non solo rispettato un target Pnrr di 60mila posti letto che tutti ci descrivevano come irraggiungibile, noi ci abbiamo creduto fino in fondo: abbiamo superato il target, ne abbiamo creati più di 63.200, stiamo in questo momento consegnando le chiavi di casa ai ragazzi che cominceranno l'anno accademico e che saranno in grado di farlo sulla base dei propri desideri e seguendo i propri talenti e le proprie vocazioni», ha spiegato la ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. È un traguardo importante per il diritto allo studio, sottolineano diversi esponenti di maggioranza. Un traguardo che si aggiunge alle altre riforme realizzate in quasi quattro anni di governo Meloni. La grande riforma dei test di Medicina, per esempio. A Medicina, sostiene il ministero, entrava 1 su 10, negli anni Dieci del Duemila c’erano circa 90mila iscritti per 9mila/10mila posti. Dal 2022 i posti sono passati da meno di 15mila a oltre 27mila e oggi a entrare sono quasi 2 su 3. Un allargamento della platea che non ha soddisfatto gli studenti: l’introduzione del test lo scorso anno è stata accompagnata da forti critiche che hanno dato vita a un contenzioso legale. Il Consiglio di Stato ha iniziato ad esprimersi sui ricorsi legati al nuovo sistema di accesso a Medicina del semestre filtro, accogliendo in alcuni casi specifici le richieste dei ricorrenti ma lasciando complessivamente in vigore l'impianto della riforma. A venticinque anni dalle ultime modifiche, a luglio sono state cambiate anche le modalità di accesso, valutazione e reclutamento di docenti e ricercatori. Cancellata l'Abilitazione Scientifica Nazionale, è stata sostituita da criteri di produttività e qualificazione scientifica definiti per ciascun gruppo scientifico-disciplinare tramite decreto ministeriale (su proposta dell'Anvur e sentito il Cun). Il ministero ha difeso la riforma spiegando che gli atenei ottengono più margini di manovra e responsabilità nella pubblicazione di bandi mirati e profili di ricerca specifici. E alle critiche su un ritorno al baronaggio ha difeso la trasparenza del meccanismo su cui vigilerà l’Anac. Infine, ad agosto è stata varata la riforma che ha riorganizzato gli Afam, rendendo lauree a tutti gli effetti i diplomi di Conservatori e Accademie. di Flavia Amabile SCUOLA Voto in condotta, metal detector e niente cellulari. Cala la dispersione, ma studenti poco competenti Il voto in condotta che può provocare la bocciatura, i cellulari vietati in classe, i tutor, i metal detector, i cinque anni di studi negli istituti tecnici che sono diventati quattro, la maturità senza più plichi e colloqui multidisciplinari nell'orale che sembravano quasi un esame universitario, l'educazione sessuale alle superiori subordinata al consenso dei genitori, le indicazioni nazionali che impostano i futuri programmi scolastici in base a tre parole d'ordine: patria, Bibbia e radici. Sono molte e variegate le riforme introdotte dal ministro Giuseppe Valditara in quasi quattro anni di governo Meloni. Sono iniziate a ottobre del 2022 inserendo la parola merito accanto alla denominazione ufficiale del ministero e poi andando spediti, freccia a destra, senza fermarsi un istante. L’effetto di questa spinta tutta rigore e sanzioni ha reso la scuola targata Valditara molto diversa rispetto a quella dei suoi predecessori da un punto di vista normativo. Ma, in concreto, è cambiato davvero qualcosa nel corpaccione del sistema scolastico? In questi casi la risposta va cercata nei numeri, quando ci sono. Purtroppo, però, mancano del tutto i dati sulle bocciature in condotta, al momento è impossibile valutare se la riforma abbia avuto un effetto. Esiste, invece, una profusione di cifre, al momento opportuno utilizzate per raccontare i successi ottenuti. La dispersione scolastica, per esempio. Il ministro dell’Istruzione ha rivendicato con orgoglio il calo al 7,3%, ben al di sotto del traguardo del 9% previsto dall'Ue, per dimostrare quanto le misure introdotte in questi anni abbiano funzionato. Ma se i dati sulla dispersione calano e nel frattempo aumentano le assenze e le frequenze irregolari non viene il sospetto che il fenomeno stia assumendo forme diverse ma che resista comunque? Peccato che dati ufficiali non ne esistano, ci si basa sulle denunce che arrivano dalle istituzioni locali. Sono regolarmente registrati, invece, gli andamenti del livello di competenze raggiunto dalle studentesse e dagli studenti. Ogni anno il rapporto Invalsi mostra un'Italia divisa, con una quota importante di analfabetismo funzionale, con oltre il 35% dei bambini che non raggiunge le competenze di base in matematica e la percentuale di chi in terza media raggiunge il livello obiettivo in italiano è calata dal 59 al 57%. Riforme o no. di Flavia Amabile