Freddie Mercury avrebbe compiuto oggi 80 anni. Per ricordarlo, tra le mille iniziative in corso, ce n’è una in particolare, un grande murales creato allo stadio di Wembley, lo stesso stadio che era stato suo, come un maestoso teatro, come fosse la Scala per un cantante lirico, già nel luglio 1985 quando i Queen, primi inter pares, in quello strabiliante parterre che fu Live Aid, conquistarono il mondo con una esibizione memorabile, ricostruita ad hoc per il finale del fortunatissimo biopic Bohemian Rhapsody che è valso un Oscar, meritatissimo, a Rami Malek.

Lo stesso stadio dove andò in scena uno dei loro più celebrati concerti, quello del 1986, immortalato in un film-concerto visto e rivisto milioni di volte dagli appassionati, quello con la luminosa giacca gialla, il solito microfono con l’asta spezzata, una insuperabile versione di Love of my life, intima, in due, lui e Brian May, e l’irrompere felice del pubblico che canta un’intera strofa, per non dire del finale, esagerato e melodrammatico in cui appariva con la corona e il lungo mantello cantando God save the Queen, in quella dorata ambiguità sulla parola “regina”, che era la sua band, che era la vera Regina, che in fin dei conti era lui, sempre, in ogni momento della sua vita, nelle ascese ardite, nel peccato, e nelle cadute.