Per gran parte dell’ultimo secolo gli Stati Uniti hanno potuto combattere guerre lontano da casa contando su un privilegio raro: il loro territorio rimaneva fuori dal campo di battaglia. L’Atlantico e il Pacifico imponevano a qualsiasi avversario distanze enormi. A nord c’era il Canada, alleato nella NATO e partner nella difesa dello spazio aereo continentale. A sud, la netta superiorità americana e la stabilità dei rapporti con il Messico rendevano remota una minaccia militare lungo il confine. Quella protezione non fu mai assoluta. Durante la seconda guerra mondiale, i sommergibili tedeschi affondarono navi davanti alla costa orientale. L’attacco giapponese a Pearl Harbor mostrò che neppure il Pacifico era impenetrabile. La svolta arrivò con i missili balistici intercontinentali sovietici: una testata lanciata dall’URSS poteva raggiungere il territorio americano in circa trenta minuti. Gli oceani persero così gran parte del loro valore difensivo. La sicurezza degli Stati Uniti passò alla deterrenza nucleare, fondata sulla certezza di una rappresaglia devastante.
Quel vantaggio geografico acquistò ancora più valore con la rete di alleanze costruita dopo il 1945. La NATO spostò il perimetro della sicurezza americana in Europa, mentre le basi nel Pacifico permettevano a Washington di contenere i suoi avversari a migliaia di chilometri dalla costa occidentale. Il territorio continentale diventò così la retrovia protetta della potenza americana, con una base industriale abbastanza grande da sostenere guerre lunghe senza subirne direttamente la distruzione.







