Da anni il dibattito sul futuro della Nato oscilla tra due scenari opposti: da una parte l’idea di un progressivo disimpegno americano dall’Europa, dall’altra la convinzione che Washington resterà comunque il garante ultimo della sicurezza del continente. La realtà potrebbe essere più complessa. Il cambiamento non riguarda soltanto il numero di soldati statunitensi schierati oltre Atlantico, ma soprattutto quali capacità militari gli Stati Uniti intendono continuare a fornire e quali invece chiedono agli europei di assumere in prima persona.
È questa la tesi alla base dell’analisi di John Foreman, ex addetto alla difesa britannico a Kyjiv e Mosca, pubblicata su Britain’s World, magazine online del think tank britannico Council on Geostrategy, in un articolo dedicato alla cosiddetta Nato 3.0. La sua riflessione parte da una domanda semplice: in caso di riduzione della presenza americana, quali capacità gli europei possono davvero sostituire e quali invece rimarrebbero un vuoto difficile da colmare?
Un grafico nell’analisi prova a rispondere incrociando due variabili: la probabilità di una riduzione americana e la possibilità che l’Europa possa sostituire quella capacità.
La conclusione è netta: non tutte le capacità militari hanno lo stesso valore strategico.






